Da oltre due decenni, Pierre Huyghe mette in discussione il concetto convenzionale di esposizione, come dimostrato in occasione della sua partecipazione a Documenta 13 e a Skulptur Projekte Münster, nel 2012 e 2017 rispettivamente. L’artista è noto per concepire le proprie esposizioni come finzioni speculative da cui emergono modalità alternative di esistenza: forme viventi, tecnologia, materia biologica e inerte sono legate da relazioni di continuità e costantemente soggette a processi di apprendimento, mutamento ed evoluzione. Ne risultano opere che non sono mai oggetti statici, ma situazioni dinamiche, modellate dal trascorrere del tempo e dall’imprevedibilità.
Concepita per la Fondation Beyeler, la mostra diventa un’esperienza site-specific in cui tutte le opere e gli spazi che le circondano costituiscono una soglia ambigua. Attraverso l’interazione di opere in continua evoluzione, nelle quali si combinano immagini in movimento, suono, oggetti, organismi viventi e apprendimento automatico, l’esposizione si sviluppa seguendo i ritmi di Apnea (2026). Un organo respiratorio artificiale, raccolto sott’acqua, respira a un ritmo umano. La sua membrana oscilla come se fosse in apnea. Aria, suono e vibrazioni impercettibili circolano attraverso le pareti, fino a desincronizzarsi o interrompersi, formando uno spazio di respirazione condiviso che permea l’intera esposizione.
Questo stato indeterminato si estende anche ad Alchimia (2026), dove un verme – antenato larvale dell’inconscio umano – è collocato sulla soglia di una porta. Animato dal respiro, mormora e vibra nella materia circostante, creando una polifonia di voci. Quando viene privato d’aria, vacilla e si contorce. Come Apnea, anche quest’opera mette in evidenza la respirazione come forza fisica e simbolica capace di plasmare la nostra esperienza.
Esperienze impalpabili, tanto percepite quanto osservate, introducono all’incontro con l’ignoto. Questa condizione è rafforzata dalla proiezione di Liminals (2026), il film più recente di Huyghe. Liminals si sviluppa come un mito contemporaneo, simulando una condizione non umana ed esplorando l’incertezza. Una figura antropomorfa, svuotata e senza volto, emerge da stati mutevoli e cerca di esistere in una realtà al di là del tempo e dello spazio. “Uno stato liminale, una danza incessante della materia”, come descrive l’artista, dove molteplici possibilità coesistono simultaneamente e ogni momento è denso di incertezza. Mentre la dimensione interiore e quella esteriore si amalgamano, i confini fra corpo, ambiente circostante e forze plasmanti si dissolvono. Il film indaga se sia possibile relazionarsi a una tale realtà e quali condizioni possano rendere possibile la percezione simultanea di molteplici stati dell’esistenza.
Nella mostra, un grande cancello chiuso, Adversary (2026), ha la funzione di una soglia: l’opera è al contempo immagine simbolica e punto di accesso a ciò che si trova oltre. Un’immagine mentale, generata da una collaborazione creativa fra uomo e macchina, si materializza in una porta a bassorilievo. Fra tutte le possibili immagini mentali, una soltanto viene scelta ed eseguita. In Camata (2024), delle macchine sembrano compiere un rituale sconosciuto su uno scheletro non sepolto rinvenuto nel deserto di Atacama, in Cile. Si tratta al tempo stesso di un rito funebre senza fine, di un processo di apprendimento e della formazione di una soggettività disincarnata. Privo di linearità, di un inizio o di una fine, il film è continuamente rimontato in tempo reale grazie all’impiego di sensori integrati nello spazio espositivo. All’interno della mostra, l’opera Timekeeper (2019-2026) rivela strati di pittura murale e sedimenti depositatisi nel corso del tempo sulle superfici delle pareti del museo, mentre Light Dust (2026) si diffonde attraverso tutto lo spazio, formando un pavimento continuo. Polvere colorata, motivi mutevoli e proiezioni di luce artificiale si dispiegano su pavimenti e pareti, trasformando il tempo e la luce in materia percepibile.
Le opere non funzionano più come entità isolate, ma si presentano come situazioni permeabili. Ne emergono movimenti, immagini ed eventi – a volte sincronizzati, altre volte dissonanti. Opere precedenti e nuove produzioni coesistono come presenze attive all’interno di un intreccio di relazioni che si riconfigurano continuamente, dando vita a nuove narrazioni.
La mostra alla Fondation Beyeler invita i visitatori a immergersi in un “soulscape” – un paesaggio dell’anima: un mondo interiore composto da molteplici temporalità, voci e stati. Una polifonia che si apre a momenti di contraddizione e spaesamento. Prosegue così l’esplorazione dell’artista di un approccio metafisico e finzionale all’esistenza, riflettendo sulla nostra condizione di esseri ibridi, senza gerarchia tra finzione e realtà, tra vivente e artificiale, tra umano e non-umano. Al tempo stesso sensoriale e riflessiva, la mostra adotta una prospettiva esterna che si estende oltre l’esperienza umana per divenire il luogo di formazione di soggettività, aprendosi a dimensioni alternative del reale.
Per Pierre Huyghe “le finzioni sono veicoli che ci danno accesso ad altri mondi possibili, a un’immaginazione controfattuale. Tali finzioni, separate da ciò che è noto, libere da vincoli temporali e spaziali, sono aperte alla speculazione, a strade non ancora percorse. Ci permettono di esperire noi stessi dall’esterno.”
Curatrici: Mouna Mekouar, Curator at Large, Fondation Beyeler; e Anne Stene, Curatrice indipendente. Project Manager: Charlotte Sarrazin, Associate Curator, Fondation Beyeler; e Paola Ravagni, Responsabile produzione e mostre, studio Pierre Huyghe.
Immagini per la stampa disponibili all’indirizzo www.fondationbeyeler.ch/fr/
Fondation Beyeler
La Fondation Beyeler di Riehen, nei pressi di Basilea, è conosciuta a livello internazionale per le sue mostre di altissima levatura, la sua importante collezione di arte moderna e contemporanea e il suo ambizioso programma di eventi. L’edificio del museo, progettato da Renzo Piano, è situato in un parco idilliaco con alberi secolari e stagni di ninfee. La sua posizione nel mezzo di una zona ricreativa con vista su campi di grano, pascoli e vigneti ai piedi della Foresta Nera, è unica. Nel parco adiacente, la Fondation Beyeler sta realizzando una nuova sede museale insieme all’architetto svizzero Peter Zumthor, rafforzando così l’integrazione armoniosa tra arte, architettura e natura.
Ulteriori informazioni:
Fondation Beyeler, Beyeler Museum AG,
Baselstrasse 77, CH-4125 Riehen
Per l’Italia: Francesco Gattuso, tel +39 335 678 69 74, presspartnerscommunication@
Orari di apertura della Fondation Beyeler: tutti i giorni ore 9–18, mercoledì fino alle ore 20
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