"Il mare chiaro, un po' pigro, un po' minaccioso sale e ridiscende dalle rocce di basalto, lisce e scavate dai piedi nudi dei pescatori che vi sono saliti per millenni", scriveva Felix Hartlaub, intellettuale tedesco, a proposito del porto di Torre del Greco e dei suoi lavoratori infaticabili e instancabili.
Il ristorante Coremare, immerso nella marina di Torre del Greco, rappresenta l'evoluzione naturale di una pescheria storica, una di quelle portate avanti con sacrificio e impegno dai personaggi descritti dalla penna dell'autore prima citato.
Coremare non è solo un ristorante, ma un vero e proprio manifesto di eccellenza ittica.
Il progetto affonda le radici negli oltre trent'anni di competenza di Vincenzo Izzo, patron della storica Pescheria Don Do, riferimento indiscusso per il pescato locale di qualità superiore.
Da questa eredità prende vita un locale dove il mare dettare le regole: la cucina sorge letteralmente all'interno della pescheria, selezionando ogni giorno solo il meglio del pescato fresco, nel rispetto delle stagioni e di una rete consolidata di fornitori affidabili.
I frutti di mare vengono stabulati con cadenza regolare, trasformando il pesce da ingrediente a elemento fondante, trattato con la massima cura.
Lo chef Gennaro Vicchiarella orchestra questa sinfonia con precisione chirurgica. La rimozione controllata della pelle – tecnica nota come skinning – prepara il pesce a una maturazione ottimale nella cella Stagionello, che garantisce uniformità, sicurezza igienica e un'esaltazione naturale dei sapori.
Una volta pervenuto al picco di espressione, il prodotto incontra la fiamma del Josper, il rinomato forno a brace adottato dalle migliori bracerie mondiali: una cottura intensa che preserva texture, umori e identità originaria, infondendo aromi di mare e fuoco.
Non manca un omaggio alla modernità: il banco sushi, curato da uno chef specializzato, unisce la purezza del taglio giapponese alla freschezza del pescato locale a metro zero, dando vita a nigiri, sashimi e uramaki che dialogano con la cucina campana vesuviana.
A completare il quadro, la Semolella, pane identitario di Torre del Greco a base di semola e mangiato come street food con le alici, è quell'alimento povero che funge da ponte tra memoria storica e abbinamenti contemporanei, offerto ai partecipanti della presentazione letteraria dell'ultimo libro di Luciano Pignataro a febbraio 2026, nell'aperitivo a margine dell'incontro.
Con cadenza mensile o bisettimanale, Coremare ospita invece "Essenza, vini, bollicine e mare in equilibri", degustazione ideata per sposare le creazioni di Vicchiarella a etichette bendate – letteralmente avvolte in carta stagnola – svelate solo dopo ogni portata dal sommelier Raffaele Sullo.
Il 4 marzo 2026, accolti dal direttore Mario Petrucci, abbiamo vissuto un percorso memorabile.
Lo starter di cruditè – gambero gobbetto, ostrica selezione Coremare, carpaccio di cefalo, tartufi di mare e gambero viola – è stato abbinato al Domaine Oinea Lune Noir 2021 (100% Xinomavro), bollicina da Amynteo, Grecia: una bolla mediterranea d'alta quota, che inizialmente evocava suggestioni slovene nel test quiz per i commensali.
L'antipasto di carciofo ripieno – muna ammarella farcita con tonno rosso, mazzancolle, pancetta, formaggio e capperi – ha armonizzato sapori marini e terrestri alla perfezione con il Domaine des Ardoisières Argile Blanc 2024 (40% Jacquère, 40% Chardonnay, 20% Mondeuse Blanche), bianco francese della Savoia di grande equilibrio.
Gli uramaki Coremare, vari e saporiti, hanno trovato compimento nell'Albamar Albariño 2024 (100% Albariño) da Rías Baixas, Spagna: pairing impeccabile di freschezza e mineralità.
Il primo piatto, linguine con tartufi di mare e asparagi vesuviani del giorno, mantecate con Provolone del Monaco DOP, ha unito il vulcano campano e i Monti Lattari al palato, esaltato dal Colombera Il Montino 2023 (100% Timorasso), Piemonte.
L'ombrina alla brace con bietole rosse ha superato le attese, grazie a una cottura josper magistrale, accompagnata dal Villa Dora Vigna del Vulcano 2018 (blend Caprettone e Falanghina del Vesuvio).
Il dessert, zeppole di San Giuseppe fatte in casa, ha cesellato un viaggio sensoriale cullato dal mare, riecheggiando il nome del locale – il cui logo evoca la brace spagnola nelle lettere E e M – e il suo ethos identitario.

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