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lunedì 30 marzo 2026

CASA DEL CINEMA ROMA 1 APRILE 2026, PRESENTAZIONE DEL DOC "IL MESTIERE DELL'AUTORE", ingresso libero

Roma, mercoledì 1 aprile 2026 ore 11 alla Casa del Cinema, Presentazione del del documentario “Il mestiere dell’Autore - Gli Autori Radiotelevisivi si raccontano”, a cura di Linda Brunetta e Stefano Sarcinelli, ingresso gratuito fino a esaurimento posti.

Si tiene mercoledì 1 aprile 2026 alle ore 11:00 alla Casa del Cinema di Roma – a ingresso gratuito fino a esaurimento posti - la proiezione del documentario “Il mestiere dell’Autore - Gli Autori Radiotelevisivi si raccontano”, a cura di Linda Brunetta e Stefano Sarcinelli.


Alla presentazione del film saranno presenti: Linda Brunetta in qualità di regista e presidente Anart, il co-regista Stefano Sarcinelli, Massimo Cinque - autore di Domenica In, Valentina Amurri e Stefano Balassone - vicedirettore di Raitre ed ex consigliere d’amministrazione Rai.

Documentario non commerciale a scopo didattico-formativo, “Il Mestiere dell’Autore” è stato realizzato dall’ANART (Associazione Nazionale Autori Radiotelevisivi) con il contributo del FONDO VIDEOGRAMMI del PRESTITO BIBLIOTECARIO assegnato all’Associazione AUT-AUTORI con il patrocinio di ANAC, AIDAC e CENDIC.

Gli autori radiotelevisivi esistono solo per gli addetti ai lavori, i produttori, le emittenti. Il pubblico difficilmente si sofferma sui titoli di testa e di coda che testimoniano la presenza nei programmi di intrattenimento di queste figure professionali essenziali. Nessun programma può prescindere dalla sua ideazione, dalla scrittura dei copioni, dalla stesura delle scalette, dalla scelta degli ospiti e dei temi delle interviste. L’autore, fondamentale supporto per il conduttore e il regista, si occupa anche delle scenografie, delle luci. Nonostante la “leggerezza” che ammanta i programmi popolari destinati ad essere diffusi nei media tradizionali, gli autori intervistati nel documentario “Il Mestiere dell’Autore” dimostrano che senza un forte background culturale non si sviluppa la capacità di interpretare il proprio tempo e i bisogni del pubblico, sviluppandone attraverso il divertimento la capacità critica. Non esistono programmi privi di contenuti e di valori, che solo gli autori conferiscono, come raccontano nella prima parte del documentario Massimo Cinque, autore di Domenica In e Cristoforo Gorno, autore di Cronache dall’antichità. Michele Guardì, il decano della categoria, a proposito del contenitore pomeridiano I Fatti Vostri, concludendo il suo intervento raccomanda ai giovani aspiranti professionisti di “Studiare, studiare, studiare”. Ogni programma è frutto del lavoro quotidiano degli autori, come il classico Varietà satirico, in cui la comicità nasce dall’osservazione delle proprie esperienze di vita unita all’ esame impietoso dell’attualità, come hanno spiegato Bruno Voglino, il mitico capostruttura di Rai3 all’epoca di Angelo Guglielmi, Stefano Sarcinelli, autore di Binario 2 e Convenscion e Valentina Amurri e Linda Brunetta, autrici della TV delle Ragazze e Avanzi.

Un percorso artistico e professionale ribadito nella seconda parte del documentario, con interviste a Andrea Zalone e Francesco Freyrie, autori di Fratelli di Crozza, che dal teatro riprende modalità espressive e impianto scenico. Marco Posani, autore insieme a Pietro Galeotti dei programmi di Fabio Fazio come Quelli che il calcio, Anima Mia e Vieni via con me con Roberto Saviano , racconta la rivoluzione dell’infotainment con l’immissione di contenuti sociali e di qualità ideando modalità espressive innovative. Come spiegano Alvise Borghi e Riccardo Distefano sono sempre i contenuti e le regole narrative classiche alla base di game show come Passaparola e La ruota della fortuna condotti da Gerry Scotti. E’ la passione per la scrittura che ha improntato tutta la carriera di Barbara Cappi, non solo nelle sue fiction come Balene, ma nei people show come Stranamore con Alberto Castagna e C’è posta per te di Maria De Filippi, dove protagonista è la gente comune. Tutti gli autori intervistati hanno impresso svolte significative nel settore dell’intrattenimento attraverso l’impegno, la competenza, la passione. Gli autori esistono.

 

Marco Sgrosso in Basso Napoletano al Teatro Argot Studio dal 9 al 12 aprile



Dal 9 al 12 aprile 2026, al Teatro Argot Studio di Roma, Marco Sgrosso conduce il suo Basso Napoletano. Variazioni per contrabbasso e voce, nuovo allestimento prodotto da Le belle bandiere, insieme al contrabbasso di Felice Del GaudioUn viaggio drammaturgico tra i vicoli, i sottoscala e le contraddizioni di una Napoli primitiva, carnale e visionaria, dove voce e corpo si intrecciano con il suono profondo del contrabbasso, restituendo un’esperienza scenica di rara intensità.

Marco Sgrosso firma l’elaborazione drammaturgica, la mise en espace e l’interpretazione di BASSO NAPOLETANO. Variazioni per contrabbasso e voce, nuovo allestimento prodotto da Le belle bandiere, in scena dal 9 al 12 aprile 2026 al Argot Studiodi Roma, in dialogo con il contrabbasso di Felice Del Gaudio.

Il progetto nasce dall’incontro artistico tra i due interpreti e si configura come un dispositivo performativo essenziale, costruito sull’attrito fertile tra materia sonora e parola incarnata. Qui Napoli emerge non come sfondo, ma come organismo vivo e stratificato: una città arcaica e febbrile, attraversata da tensioni primarie, dove il canto si fa carne e il suono profondità tellurica.

 

Note di Marco Sgrosso

“BassoNapoletano”nascedaunanticodesideriodicollaborazione,daun’amiciziacollaudatae da una reciproca stima artistica tra me e Felice. Siamo partiti dall’idea di una jam-session tra contrabbasso e voce per costruire insieme un percorso tra le sonorità e le parole diunaNapoliprimitiva,malata,brutale,carnaleericcadivitalità.Nel comporrel’elaborazione drammaturgica, ho attinto per frammenti, uniti da un filo umorale ed emotivopiùchenarrativo,adoperechespazianodaEduardoDeFilippoaRaffaeleViviani,daTotò aRobertoDeSimone,FerdinandoRusso,AngeloMannafinoaitonipiùasprieimmaginificidiEnzo Moscato, strizzando l’occhio anche ai testi di alcune canzoni celebri reinterpretate liberamente nell’ottica di un concerto per voce e contrabbasso.IlnostroviaggioiniziadalsonnotormentatodiunaNapolisotterraneaeapocalitticaeprosegue nelle spirali di un’allucinazione sospesa tra dramma e farsa, attraversando alcuni topos classici della drammaturgia e della cultura partenopea: il fuoco del vulcano, le sopraffazioni, la fame,le imprecazioni, la preghiera, il sogno che diventa incubo, le serenate romantiche, l’amore mercificato, il sonno indolente, dove trova voce e suono il lamento di una città dalla vitalità scatenatamaguastatadallaguerra,cheaspiraadunsoffertorisvegliodellacoscienzanell’armonia placata di una ‘pace senza morte.

LospettacoloèdedicatoaLeodeBerardinis,indimenticabilemaestroecompagnodistradadi molte avventure teatrali”.

 

percorso drammaturgico

 

1.     prologoapocalittico

EduardoDeFilippo,“nfunno”/EnzoMoscato,da “partitura”

2.     lamentazioni

RaffaeleViviani,da“idiecicomandamenti” /RobertoDeSimone,da“lagattacenerentola”RaffaeleViviani, da “i dieci comandamenti” /E.A. Mario, “tammurriata nera”

EnzoMoscato,da“partitura” /EduardoDeFilippo,da“Napolimilionaria”/“orraù” / “oje mmar’a tte” /EnzoMoscato, da “ragazze sole con qualche esperienza”

3.     allucinazioni

EduardoDeFilippo,da“levocididentro” /EnzoMoscato,da“festaalcelesteenubilesantuario” /Roberto De Simone, da “la gatta cenerentola”

 

4.     serenate avvelenate

LiberoBovio,“passione”+RaffaeleViviani,da“idiecicomandamenti” /Enzo Moscato, da “partitura” / angelo manna, “giuvanne ‘o stuorto” /EnzoMoscato, da “partitura e “bordello di mare con città” /

GiovanniBoccacciari,“napiezz’argiento” /FerdinandoRusso,“poverocazzomio”

 

5.     canto finale

EnzoMoscato,da“partitura” /Eduardo,“penzieremieje”/totò,“oschiattamuorto” /Libero Bovio, “chiove” /Enzo Moscato, da “partitura”

 

Estrattidirassegnastampa

 

“Quale città guardano i personaggi a cui dà voce un bravissimo Marco Sgrosso dal loro basso napoletano? Una città-universo che aspira più agli inferi che alla purezza del cielo…Un paese al di là del bene e del male, saggio e corrotto, dove la peste dilaga e riempie di cadaveri un mare putrescente… Una città famosa per canzoni che ormai non riescono più a parlare d’amore e dove i vivi incontrano gli spettri… Una Napoli che è regno di solitudine e di disperazione, ma che leva alto un urlo religioso e blasfemo per continuare a viverla, questa esistenza stravolta e fiera. Basso Napoletano riesce a sorprendere nel voler essere un’opera al nero, una cupa e sanguigna testimonianza del magma ribollente che fluisce dalle parole di eccelsi autori che Sgrosso ha scelto con accurata parsimonia – lo spettacolo dura solo cinquanta intensissimi minuti – che comunque riesce indelebilmente a catturare il pubblico…

Un tragitto in compagnia di Eduardo, di Viviani e De Simone e dell’immenso Enzo Moscato, con due poesie anonime straordinarie per furore erotico, e accompagnato dalla musica di Felice Del Gaudio, in scena con DomenicoLoParco.Nonuncommento,maun’altravocenecessaria,checonlesueascendenzejazzasciuga il linguaggio, gli impedisce il compiacimento e lo rende affilato e limpido.

Unveroconcerto,dunque,cheriesce,intantaessenzialità,adesserequasipittorico,sfolgorandodibagliori barocchi ma anche rammentandoci la visionarietà fiamminga, il potente e mostruosamente gelido universo di Bosch. Uno spettacolo prezioso e raffinato, una rarità che la Casa dei Doganieri non si è lasciata sfuggire per una serata accolta con grande successo…”

(NicolaViesti,CorrieredelMezzogiorno,10aprile2004)

 

“Va in scena Napoli, con la sua levità, con la sua visceralità, il suo fuoco, il suo lirismo. Rosso e azzurro illuminano una catinella al centro della stanza, riempita dalla musica di basso e contrabbasso, a disegnare angosce metropolitane e veraci… una città che pulsa, che non si ferma, che sorride dei suoi dolori, che ha la capacità di reinventarsi, di togliere la maschera e di metterne una nuova…una Napoli di sogni e di visioni sempre un po’ cruenti, scuotenti, che Marco Sgrosso rievoca strisciando come un ragno nero mascherato, o con i movimenti che ricordano un Charlie Chaplin tutto partenopeo… Una città provata dalla guerra, come ricorda Sgrosso in uno dei passaggi più intensi dello spettacolo, una città riunita a tavola, riunita davanti al ragù. E a farla da protagonista una lingua che diventa urlo, invettiva, preghiera, detto… E si respira, grazie alla bravura di Sgrosso e dei musicisti che lo accompagnano in questo viaggio… il sapore di una terra… dove tutto rinasce e ricomincia…”.

(GildaCamero,BariSera,13aprile2004)

 

AccompagnatoinscenadalcontrabbassodiunmusicistadelcalibrodiFeliceDelGaudio,attraversandotesti della più schietta tradizione partenopea, da De Filippo a Moscato, da Viviani a Manna, il protagonista dà paroleecantoaipiùdiversivoltidellacittà,conducendopermanoilpubblicotraivicoli,isottoscala(iltitolo dellospettacoloè"Bassonapoletano")adascoltarestoried'amoreappassionato,diricercadibrividiinluoghi di "malaffare" o per la strada, dove i corpi di vendono. O anche storie di sogni, di incubi, nelle quali emerge il lato più magico e misterioso di quella cultura. (…)Viaggio del vivere e del morire, o anche solo del "dormire",dellospegnersidelleemozioni,perpotercosìsospendereperunpo'inostridrammi.Sgrossooffre voci e corpo a questo suo habitat originario con abilità da maestro e da "comico dell'arte", mentre lo strumento di Del Gaudio propone struggenti melodie, accenna note dalle atmosfere cupe o viene percosso, a produrre il ritmo delle diverse pulsioni del cuore.

(BolognaSipario,27aprile2024)

leggilarecensioneintegralehttps://drive.google.com/file/d/1IgUnb5Tjyu943-gETSQP3mRYjykdR-jo/view

 

paginaweb

https://bellebandiere.blogspot.com/p/basso-napoletano.html

 

Argot Studio

Via Natale del Grande 27 00153 Roma (Trastevere)
tel 06.5898111

Acquista biglietto: https://www.2tickets.it/biglietto/Acquisto/Checkout/21410/1968?settore=Teatro

Avviso ai soci: tessera associativa obbligatoria 5 €

Per partecipare agli eventi artistici e alle attività culturali organizzate da Argot Studio è necessario effettuare il tesseramento inserendo i dati personali richiesti.

Per procedere alla compilazione del form clicca qui: bit.ly/Tesseramento_ArgotStudio

Per infochiama il 06 5898111 oppure invia una mail a info@teatroargotstudio.com

Orario botteghinoDal giovedì al sabato ore 18:00-20:15 - domenica ore 15:00-17:15

Prenotazioni telefoniche: 06.5898111

Dal martedì al venerdì ore 10:30 – 18:00

Prenotazioni online:  info@teatroargotstudio.com

Costo biglietto15€

Orario spettacologiov-ven 20:30 – sab 19:30 – dom 17:30

 

 

Nuovo Teatro Ateneo, il 31 marzo UPROAR con Carolina Rieckhof / Moyra Silva

Martedì 31 marzo alle ore 20.30, al Nuovo Teatro Ateneo, sarà presentato UPROAR, progetto di teatro partecipativo e nuovi formati firmato dalle artiste peruviane Carolina Rieckhof e Moyra Silva, in collaborazione con IILA – Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana.

Il lavoro, nato a Londra nel 2023, si configura come un dispositivo performativo in divenire che intreccia movimento, suono e pratiche rituali, a partire da una riflessione sulle recenti crisi politiche e sociali in Perù e sulle persistenti eredità coloniali. Attraverso un processo di ricerca condivisa, lo spettacolo apre uno spazio di elaborazione collettiva del dolore e di attivazione di un’empatia politica che coinvolge direttamente il pubblico.

Il 31 marzo 2026, alle ore 20:30, al Nuovo Teatro Ateneo andrà in scena UPROAR, progetto di teatro partecipativo e nuovi formati firmato da Carolina Rieckhof e Moyra Silva (Perù), in collaborazione con IILA - Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana.

Lo spettacolo nasce dall’incontro tra le due artiste peruviane avvenuto a Londra nel 2023: Carolina Rieckhof, costumista e scenografa, e Moyra Silva, regista e filosofa del movimento, condividono fin da subito una medesima urgenza etica e politica, maturata a partire dalla frustrazione per le violenze e le ingiustizie che hanno segnato le proteste sociali in Perù e la repressione esercitata durante la crisi politica recente.

Da questo nucleo iniziale prende forma un processo creativo continuo, che si sviluppa come esperienza di ricerca e consapevolezza, superando i confini della produzione teatrale per diventare un campo di indagine condivisa. Il lavoro si espande progressivamente fino a includere l’esplorazione delle conoscenze ancestrali delle popolazioni locali peruviane, intese come archivio vivo di memoria, resistenza e trasformazione.

UPROAR si configura così come un dispositivo performativo in divenire, in cui movimento e suono si intrecciano a pratiche rituali e saperi originari, restituendo una riflessione aperta sulle forme del conflitto, della diaspora e della possibilità di elaborazione collettiva del dolore. Lo spettacolo sarà presentato in lingua originale con sopratitoli.

 

Note dello spettacolo (fonte https://moyrasilva.com/2023/11/19/uproar/)

Le artiste peruviane che vivono nel Regno Unito hanno avviato una pratica di ricerca collaborativa basata sull’arte che intreccia movimento, suono, costume e giustizia sociale. La recente crisi politica e la successiva crisi sociale in Perù, tra dicembre 2022 e marzo 2023, vengono assunte come riflesso di questioni coloniali irrisolte — classismo, discriminazione, razzismo — che continuano a produrre fratture nel presente. In quanto migranti peruviane, lontane dal proprio paese, le artiste hanno osservato con dolore e impotenza l’ascesa di un governo autoritario che ha reso invisibili le morti di oltre 50 persone.

Le artiste dichiarano di essere state ispirate dal Taki Onkoy, antica tradizione di danza ribelle contro l’oppressione coloniale, che riemerge come forma di resistenza e sopravvivenza simbolica. Questa tradizione ha risuonato con la necessità di condividere e incarnare — attraverso pianto e danza — il dolore e l’ingiustizia del proprio paese, dando forma a un rituale di guarigione in cui le lotte, le frustrazioni e la sofferenza si trasformano in movimento: un movimento che tenta continuamente di sollevarsi e ricadere, in un ciclo senza fine.

Nel corso della crisi in Perù (2022–2023) civili, in particolare appartenenti a comunità indigene impegnate nel diritto alla protesta, sono stati uccisi, discriminati e privati dei propri diritti attraverso l’azione delle forze di polizia e militari sotto la guida della presidente Dina Boluarte. Il progetto si configura pertanto come un tentativo di generare dialoghi tra migrazione, distanza, lutto, protesta ed esperienza collettiva, sviluppando un dispositivo performativo di empatia politica e sociale che coinvolge attivamente il pubblico. Le artiste interrogano la possibilità di condividere e attivare una comprensione del dolore che attraversi le differenze geografiche e culturali, affermando l’uguaglianza del valore della vita e del diritto alla protesta.

 


Note di contesto sulla stagione

 

Tra aprile e maggio il cartellone si dispiega come una geografia teatrale del mondo, attraversando lingue, memorie e tradizioni sceniche. Il 12 aprile sarà in scenaMi madre y el dinero di Anacarsis Ramos intreccia autobiografia e documento per raccontare sessant’anni di lavoro precario nello stato messicano di Campeche. Il 7 maggio la grande attrice-danzatrice indiana Kapila Venu porta in prima italiana Parvati Viraham, raffinata rilettura femminile della tradizione del NāgīārKūthu. Il 13 maggio Il figlio della tempesta di Armando Punzo e Andrea Salvadori rievoca trent’anni della Compagnia della Fortezza, intrecciando parole, suono e immagini nate nell’esperienza unica del carcere di Volterra. Chiude il 17 maggio L’ombra lunga di Alois Brunner del drammaturgo siriano Mudar Alhaggi, un’indagine teatrale vertiginosa in cui la storia europea e quella mediorientale si riflettono nell’esperienza dell’esilio e della memoria politica.

 



CHIANCHERIA – MEAT & BURGER RIAPRE A VAIRANO SCALO NEL SEGNO DELL’EVOLUZIONE



Nuova riapertura della sede storica di Chiancheria – Meat & Burger mercoledì 1 aprile a Vairano Scalo (Caserta), che segna l’inizio della fase evolutiva del brand Chiancheria 2.0 con un restyling lineare e una proposta food immediatamente riconoscibile e contemporanea.

Nata nel 2016 dalla collaborazione tra Salvio Passariello e Pasquale Di Muccio, oggi socio e Direttore Commerciale del Gruppo, Chiancheria ha rappresentato dagli esordi un format innovativo italiano capace di unire hamburgeria, steakhouse, macelleria e gastronomia. Dopo il successo della prima sede a Vairano Scalo, il progetto si è espanso a Roma e Napoli, consolidando una visione della ristorazione orientata alla qualità ma democratica. La riapertura della sede di Vairano Scalo arriva con un’idea rigenerata e già consolidata per trasformare un’opportunità strategica in rebranding. Il nuovo concept supera l’idea tradizionale di tempio della carne per evolversi in uno spazio gastronomico moderno, inclusivo e dinamico, pensato per accompagnare i diversi momenti della giornata: dal pranzo veloce all’aperitivo, fino alla cena.

Chiancheria 2.0 ripropone un nuovo modo di vivere la ristorazione un’offerta che unisce tradizione e innovazione attraverso due direttrici principali. La nuova filosofia valorizza la materia prima e ritorna al gusto autentico, caratterizzato dalla semplicità, chiave gustativa di piatti che valorizzano la purezza della materia prima. Un manifesto preciso e che porta avanti il valore della qualità democratica con uno street food contemporaneo e con contaminazioni gourmet. Insieme ai grandi classici della carne, trovano spazio nuove proposte di tendenza: wrap, kebab e toast realizzati con ingredienti selezionati, oltre a un’attenzione crescente verso opzioni vegetariane e vegane, in linea con i principi della dieta mediterranea.

L’obiettivo è rendere l’esperienza accessibile e flessibile: accanto a tagli pregiati e selezioni enologiche, il menù introduce proposte agili con prezzi accessibili, pensate anche per un consumo veloce e informale. A rafforzare l’esperienza gastronomica, grande attenzione è dedicata anche alla cantina e al beverage: la carta dei vini conta oltre 110 etichette tra referenze nazionali e internazionali accuratamente selezionati dal sommelier Giuseppe Ventriglia, affiancate dalle migliori etichette di brasserie nazionali e internazionali che rappresentano la birra artigianale.

Valori solidi e visione sostenibile sono alla base del progetto e promossi dal Gruppo Le Due Torri, guidato da Salvio Passariello, CEO e Direttore Generale, affiancato da Laura Rusciano, responsabile finanziaria. Una visione imprenditoriale che mette al centro qualità, sostenibilità e responsabilità sociale. Il modello si ispira ai tre principi cardine del “Buono, Pulito e Giusto”. “Buono” per garantire qualità nutrizionale e benessere, “Pulito”, nel rispetto dell’ambiente e dei cicli naturali e “Giusto”, per assicurare equità lungo tutta la filiera produttiva.

La qualità della materia prima al centro della filosofia di Chiancheria, con una selezione di carni curata con la collaborazione di aziende sostenibili e che seguono un’etica rigorosa mettendo al centro la tutela della biodiversità. Inoltre, presso la sede di Vairano sarà possibile acquistare direttamente la carne dal banco e scegliere box da asporto, pensate per portare l’esperienza e la qualità dei prodotti Chiancheria anche a casa.

Inoltre si affiancano a innovazione e sviluppo di Chiancheria 2.0, nuove chiavi di potenziamento del delivery, lo sviluppo del canale retail e l’introduzione del food truck rappresentano strumenti strategici per portare il brand “on the road”, ampliando il pubblico e rafforzando la presenza sul territorio nazionale e internazionale. In questo percorso, un ruolo centrale è rappresentato dalle persone: Chiancheria investe nella crescita professionale del proprio team attraverso un’Academy interna, con l’obiettivo di formare e valorizzare le risorse e diffondere una cultura della ristorazione sempre più consapevole. Questo approccio si traduce anche nella possibilità di vivere l’esperienza Chiancheria fuori sede, portando il format in eventi e contesti privati, mantenendo lo spirito dinamico e “on the road” che contraddistingue il brand.



​Istituto Grandi Marchi guida la formazione enologica d’eccellenza, a Tenuta Rivera il corso introduttivo Masters of Wine


Istituto Grandi Marchi continua a promuovere in Italia e nel mondo la formazione di alto profilo insieme all’Institute of Masters of Wine proseguendo in una collaborazione avviata da oltre quindici anni. Cantine Rivera, una delle 18 storiche famiglie del vino del gruppo IGM, ha ospitato gli aspiranti al titolo MW da giovedì 26 a domenica 29 marzo scorsi, per un weekend lungo nel cuore dell’Alta Murgia all’insegna della formazione vitivinicola d’eccellenza. L’iniziativa si conferma un punto di riferimento per i professionisti del vino e, in questa occasione, ha richiamato 20 partecipanti provenienti non solo dall’Italia ma anche da Grecia, Turchia, Cipro, Regno Unito , Germania, Svizzera, Olanda e Belgio.


Il programma intensivo ha alternato sessioni teoriche e pratiche, lezioni frontali e prove di esame, sessioni di scrittura e degustazioni tecniche di grandi etichette italiane ed estere offrendo un’immersione completa nel rigoroso approccio e nella filosofia didattica del percorso MW. A guidare i partecipanti, tre figure di riferimento per il mondo dei fine wines: Demetri Walters MW, Harriet Tindal MW e la partecipazione di Cristina Mercuri, prima Master of Wine italiana donna nominata lo scorso 19 febbraio.


“Con rinnovato entusiasmo prosegue questa preziosa collaborazione, animata dal forte desiderio di avvicinare professionisti e studenti a intraprendere il percorso formativo MW, il quale vanta risultati più che eccezionali per il panorama mondiale del vino - sottolinea Piero Mastroberdino, Presidente di Istituto Grandi Marchi - Accogliere partecipanti da tutto il mondo significa promuovere le sinergie tra i vari interpreti del vino e consolidare il ruolo dell’Italia non solo come eccellenza produttiva ma anche come hub globale di formazione, innovazione e storytelling enologico.”


“Siamo oltremodo lieti e onorati di avere ospitato a Rivera, per la prima volta in Puglia, l’Institute of Masters of Wine – afferma Sebastiano de Corato titolare di Rivera - con il corso introduttivo al loro esame, grazie alla partnership con l’Istituto Grandi Marchi di cui facciamo parte. Un’istituzione storica e prestigiosa che interpreta il mondo del vino con uno sguardo completo, rigoroso e internazionale. Un appuntamento che rappresenta per noi un importante riconoscimento e un’occasione di crescita e confronto, capace di rafforzare il legame tra il nostro territorio e le più alte espressioni della cultura enologica mondiale.”


Le masterclass per aspiranti MW rappresentano un progetto fortemente voluto e sostenuto da Istituto Grandi Marchi a partire dal 2012, che ha contribuito negli anni alla crescita dei professionisti del vino di domani. Ed è proprio grazie a questo impegno che l’Italia può oggi contare su quattro MW: Gabriele Gorelli, che è stato il primo a ottenere il prestigioso riconoscimento, cui hanno fatto seguito negli anni Andrea Lonardi, Pietro Russo e recentemente Cristina Mercuri, tutti accomunati dall’ aver iniziato il loro percorso partecipando ai corsi introduttivi organizzati da IGM. Un risultato che testimonia concretamente l’efficacia di un progetto che dal 2010, anno in cui IGM è diventato sponsor di IMW, contribuisce a costruire la nuova generazione italiana di talenti capaci di rappresentare il vino nel mondo con competenza, visione e autorevolezza. 

Sacrifici prima della catastrofe: cosa bruciava negli altari domestici di Pompei?



Piante locali ma anche sostanze aromatiche importate dall’Africa o dall’Asia sui bruciaprofumi degli altari domestici di Pompei. È quanto emerge dalle indagini scientifiche di un team di esperti internazionali che ha analizzato cosa venisse bruciato nei bracieri rituali romani rinvenuti a Pompei. Segno di quanto Pompei facesse parte di una rete commerciale globale.
L’eruzione del 79 d. C., immane catastrofe per gli abitanti dell’epoca di Pompei, ha rappresentato allo stesso tempo una straordinaria opportunità per l’archeologia moderna, grazie alle eccezionali condizioni di conservazione del sito. Tra i reperti preservati vi sono, infatti, anche le ceneri rimaste nei bruciaprofumi utilizzati dai pompeiani per le offerte a base di incenso alle divinità, che gli esperti delle Università di Zurigo, Monaco di Baviera, Bonn, Kiel e Dublino hanno analizzato in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, mediante una serie di tecniche di laboratorio all’avanguardia, concentrandosi sulle ceneri di due bruciaprofumi, provenienti da Pompei e da una villa di Boscoreale.
Resine arboree esotiche dall’Africa o dall’Asia
«Ora possiamo dimostrare concretamente quali profumi venivano realmente bruciati nel culto domestico pompeiano», afferma Johannes Eber dell’Università di Zurigo, coordinatore dello studio. «Oltre a piante regionali abbiamo trovato anche tracce di resine importate – un indizio di ampie connessioni commerciali di Pompei».
Particolare interesse desta uno dei recipienti dove sono stati individuati resti di una resina arborea esotica, probabilmente proveniente da regioni tropicali dell’Africa o dell’Asia.
«Le analisi molecolari indicano inoltre la presenza di un prodotto derivato dall’uva in uno dei bruciaprofumi», spiega Maxime Rageot dell’Università di Bonn, che ha condotto le indagini biomolecolari dello studio. «Ciò sarebbe coerente con l’uso del vino nei rituali raffigurati nell’arte romana e descritti nelle fonti scritte, e dimostra al tempo stesso quanto sia importante integrare gli studi archeologici con analisi scientifiche».
«La combinazione di diverse tecniche chimiche e microscopiche moderne rende improvvisamente tangibile la vita religiosa quotidiana degli abitanti di Pompei», aggiunge Philipp W. Stockhammer della LMU di Monaco, nel cui gruppo di ricerca è stato avviato lo studio.
Una vasta rete commerciale quasi 2.000 anni fa
Il Parco Archeologico di Pompei, che recentemente ha dedicato una nuova esposizione permanente all’eruzione e alle sue vittime, esponendo anche un elevato numero di reperti organici quali resti di piante, cibi e oggetti in legno, sottolinea l’importanza di questo tipo di studi: «Senza Pompei, la nostra conoscenza del mondo romano sarebbe meno ricca – ha commentato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – ma è una ricchezza di conoscenze e dati che solo un’archeologia all’altezza dei tempi può valorizzare adeguatamente: grazie all’integrazione con altre scienze, possiamo ancora scoprire tanto sulla vita nella città antica.»
Lo studio mostra quindi che Pompei non era soltanto una città romana ai piedi del Vesuvio, ma faceva parte di una rete commerciale globale, le cui tracce possono essere individuate perfino nei profumi degli altari domestici.

domenica 29 marzo 2026

Zona franca al Sud, Enrico Ditto attacca: «Basta propaganda. Senza fiscalità speciale il Mezzogiorno resta condannato a rincorrere»


«Il Sud non può continuare a essere raccontato come una terra di potenziale e poi lasciato ogni giorno a combattere con costi più alti, infrastrutture più deboli, burocrazia più lenta e margini più fragili. Senza una vera fiscalità speciale, parlare di sviluppo del Mezzogiorno è ormai solo propaganda». È un intervento netto, senza sfumature, quello di Enrico Ditto, imprenditore napoletano attivo nel settore dell’ospitalità e da tempo voce critica sul futuro economico, urbano e produttivo di Napoli e della sua provincia.

Il tema è quello della zona franca al Sud, una misura che per Ditto non rappresenta una concessione, ma una necessità economica e politica. «Ogni volta che si apre il dibattito sul rilancio del Mezzogiorno – osserva – si moltiplicano tavoli, promesse, slogan, convegni e dichiarazioni. Poi però le imprese continuano a lavorare in un contesto oggettivamente più difficile, con meno strumenti e più ostacoli. A un certo punto bisogna dirlo con chiarezza: il problema non è la mancanza di talento o di iniziativa privata. Il problema è che al Sud si pretende competitività senza garantire condizioni competitive».

Per Ditto il punto è ormai non più rinviabile: o si costruisce una leva straordinaria per il Mezzogiorno, oppure si continuerà a gestire il declino a colpi di annunci. E la zona franca, nella sua visione, deve essere uno strumento reale, non un’etichetta da campagna elettorale. «Non basta evocare incentivi generici – spiega –. Serve un pacchetto serio: alleggerimento fiscale, semplificazione amministrativa, incentivi veri per chi assume, investe e resta sul territorio. Se il costo d’impresa continua a essere schiacciato da squilibri strutturali, il Sud non parte in ritardo: parte già penalizzato».

L’affondo riguarda direttamente anche il sistema Paese. «In Italia – prosegue Ditto – si parla spesso del Mezzogiorno come se fosse un problema locale. È un errore clamoroso. Il Sud è una questione nazionale. Se il Sud non cresce, l’Italia perde capacità produttiva, perde mercato interno, perde attrattività internazionale e perde intere generazioni di competenze». Un’analisi che si lega a un fenomeno ormai strutturale: la fuga di giovani, professionalità e capitale umano verso territori percepiti come più stabili e più favorevoli all’iniziativa economica.

Secondo l’imprenditore napoletano, la zona franca dovrebbe servire prima di tutto a fermare l’emorragia silenziosa che svuota il Mezzogiorno di energie e prospettiva. «Non possiamo continuare ad applaudire i ragazzi del Sud quando ce la fanno altrove e ignorare il fatto che troppo spesso se ne vanno perché qui il sistema non li sostiene abbastanza. Quando un territorio perde chi lavora, chi investe, chi innova, non perde solo Pil: perde fiducia». E la fiducia, per Ditto, è oggi la materia prima più scarsa del Sud.

 Nel suo intervento, Ditto chiama in causa anche Napoli, città che vive un momento di grande visibilità ma che, a suo giudizio, rischia di restare imprigionata in una narrazione troppo comoda. «Napoli oggi è più visibile, più cercata, più raccontata. Ma non possiamo scambiare il racconto per sviluppo. Non basta avere più presenze, più flussi o più attenzione mediatica se poi chi fa impresa continua a muoversi in un ecosistema fragile, incerto e spesso inefficiente. Una città non cresce davvero se diventa solo attrattiva da consumare. Cresce se diventa un luogo dove investire conviene e restare ha senso».

 È qui che la zona franca, secondo Ditto, smette di essere un tema tecnico e diventa una questione di giustizia economica e territoriale. «Al Sud non servono misure simboliche. Servono strumenti che cambino il campo di gioco. Perché se le imprese meridionali continuano a reggere il peso di divari logistici, amministrativi e fiscali senza compensazioni adeguate, allora non siamo davanti a un libero mercato: siamo davanti a una competizione falsata».

Il messaggio è chiaro anche sul piano politico: la stagione delle mezze misure è finita. «Il Sud – incalza Ditto – non può essere chiamato in causa solo quando bisogna fare statistiche, promettere rilanci o riempire programmi elettorali. O si ha il coraggio di intervenire davvero oppure si continuerà a perdere tempo, imprese e posti di lavoro». E aggiunge: «Chi governa dovrebbe smettere di chiedere resilienza infinita a territori che da anni tengono in piedi economia e occupazione in condizioni molto più difficili del resto del Paese».

Per Ditto, però, una zona franca credibile deve anche essere blindata da criteri seri e trasparenti. «Nessuno chiede sconti senza regole. Le agevolazioni devono premiare chi produce valore reale: chi assume in modo stabile, chi investe in innovazione, chi resta, chi crea filiera, chi non usa il territorio come piattaforma opportunistica. Ma proprio per questo bisogna smetterla con la paura ideologica verso ogni misura straordinaria. Il vero spreco non è aiutare chi crea economia. Il vero spreco è continuare a non correggere uno squilibrio che tutti vedono».

L’intervento di Enrico Ditto riporta così al centro del dibattito una domanda che il Sud, e Napoli in particolare, non possono più permettersi di rimandare: vogliamo continuare a sopravvivere dentro un sistema che ci chiede di fare di più con meno, oppure vogliamo finalmente costruire condizioni normali per competere davvero?

 Per l’imprenditore napoletano, la risposta è una sola: «Il Sud non ha bisogno di compassione. Ha bisogno di potenza economica, libertà di impresa e coraggio politico. La zona franca non è un regalo. È il minimo sindacale per iniziare a parlare seriamente di futuro».