Ma Press News
lunedì 30 marzo 2026
CASA DEL CINEMA ROMA 1 APRILE 2026, PRESENTAZIONE DEL DOC "IL MESTIERE DELL'AUTORE", ingresso libero
Marco Sgrosso in Basso Napoletano al Teatro Argot Studio dal 9 al 12 aprile
Dal 9 al 12 aprile 2026, al Teatro Argot Studio di Roma, Marco Sgrosso conduce il suo Basso Napoletano. Variazioni per contrabbasso e voce, nuovo allestimento prodotto da Le belle bandiere, insieme al contrabbasso di Felice Del Gaudio. Un viaggio drammaturgico tra i vicoli, i sottoscala e le contraddizioni di una Napoli primitiva, carnale e visionaria, dove voce e corpo si intrecciano con il suono profondo del contrabbasso, restituendo un’esperienza scenica di rara intensità.
Marco Sgrosso firma l’elaborazione drammaturgica, la mise en espace e l’interpretazione di BASSO NAPOLETANO. Variazioni per contrabbasso e voce, nuovo allestimento prodotto da Le belle bandiere, in scena dal 9 al 12 aprile 2026 al Argot Studiodi Roma, in dialogo con il contrabbasso di Felice Del Gaudio.
Il
progetto nasce dall’incontro artistico tra i due interpreti e si configura come
un dispositivo performativo essenziale, costruito sull’attrito fertile tra
materia sonora e parola incarnata. Qui Napoli emerge non come sfondo, ma come
organismo vivo e stratificato: una città arcaica e febbrile, attraversata da
tensioni primarie, dove il canto si fa carne e il suono profondità tellurica.
Note
di Marco Sgrosso
“BassoNapoletano”nascedaunanticodesideriodicollaborazione,daun’amiciziacollaudatae
da una reciproca stima artistica tra me e Felice. Siamo partiti dall’idea di
una jam-session tra contrabbasso e voce per costruire insieme un percorso tra
le sonorità e le parole diunaNapoliprimitiva,malata,brutale,carnaleericcadivitalità.Nel comporrel’elaborazione
drammaturgica, ho attinto per frammenti, uniti da un filo umorale ed
emotivopiùchenarrativo,adoperechespazianodaEduardoDeFilippoaRaffaeleViviani,daTotò
aRobertoDeSimone,FerdinandoRusso,AngeloMannafinoaitonipiùasprieimmaginificidiEnzo
Moscato, strizzando l’occhio anche ai testi di alcune canzoni celebri
reinterpretate liberamente nell’ottica di un concerto per voce e
contrabbasso.IlnostroviaggioiniziadalsonnotormentatodiunaNapolisotterraneaeapocalitticaeprosegue
nelle spirali di un’allucinazione sospesa tra dramma e farsa, attraversando
alcuni topos classici della drammaturgia e della cultura partenopea: il fuoco
del vulcano, le sopraffazioni, la fame,le imprecazioni, la preghiera, il sogno
che diventa incubo, le serenate romantiche, l’amore mercificato, il sonno
indolente, dove trova voce e suono il lamento di una città dalla vitalità
scatenatamaguastatadallaguerra,cheaspiraadunsoffertorisvegliodellacoscienzanell’armonia
placata di una ‘pace senza morte.
LospettacoloèdedicatoaLeodeBerardinis,indimenticabilemaestroecompagnodistradadi
molte avventure teatrali”.
percorso drammaturgico
1.
prologoapocalittico
EduardoDeFilippo,“nfunno”/EnzoMoscato,da
“partitura”
2.
lamentazioni
RaffaeleViviani,da“idiecicomandamenti”
/RobertoDeSimone,da“lagattacenerentola”RaffaeleViviani, da “i dieci comandamenti”
/E.A. Mario, “tammurriata nera”
EnzoMoscato,da“partitura”
/EduardoDeFilippo,da“Napolimilionaria”/“orraù” / “oje mmar’a tte” /EnzoMoscato,
da “ragazze sole con qualche esperienza”
3.
allucinazioni
EduardoDeFilippo,da“levocididentro”
/EnzoMoscato,da“festaalcelesteenubilesantuario” /Roberto De Simone, da “la
gatta cenerentola”
4.
serenate avvelenate
LiberoBovio,“passione”+RaffaeleViviani,da“idiecicomandamenti”
/Enzo Moscato, da “partitura” / angelo manna, “giuvanne ‘o stuorto” /EnzoMoscato,
da “partitura e “bordello di mare con città” /
GiovanniBoccacciari,“napiezz’argiento”
/FerdinandoRusso,“poverocazzomio”
5.
canto finale
EnzoMoscato,da“partitura”
/Eduardo,“penzieremieje”/totò,“oschiattamuorto” /Libero Bovio, “chiove” /Enzo Moscato,
da “partitura”
Estrattidirassegnastampa
“Quale città guardano i personaggi a cui dà voce un bravissimo Marco Sgrosso dal loro basso napoletano? Una città-universo che aspira più agli inferi che alla purezza del cielo…Un paese al di là del bene e del male, saggio e corrotto, dove la peste dilaga e riempie di cadaveri un mare putrescente… Una città famosa per canzoni che ormai non riescono più a parlare d’amore e dove i vivi incontrano gli spettri… Una Napoli che è regno di solitudine e di disperazione, ma che leva alto un urlo religioso e blasfemo per continuare a viverla, questa esistenza stravolta e fiera. Basso Napoletano riesce a sorprendere nel voler essere un’opera al nero, una cupa e sanguigna testimonianza del magma ribollente che fluisce dalle parole di eccelsi autori che Sgrosso ha scelto con accurata parsimonia – lo spettacolo dura solo cinquanta intensissimi minuti – che comunque riesce indelebilmente a catturare il pubblico…
Un tragitto in compagnia di Eduardo, di Viviani e De Simone e dell’immenso Enzo Moscato, con due poesie anonime straordinarie per furore erotico, e accompagnato dalla musica di Felice Del Gaudio, in scena con DomenicoLoParco.Nonuncommento,maun’altravocenecessaria,checonlesueascendenzejazzasciuga il linguaggio, gli impedisce il compiacimento e lo rende affilato e limpido.
Unveroconcerto,dunque,cheriesce,intantaessenzialità,adesserequasipittorico,sfolgorandodibagliori barocchi ma anche rammentandoci la visionarietà fiamminga, il potente e mostruosamente gelido universo di Bosch. Uno spettacolo prezioso e raffinato, una rarità che la Casa dei Doganieri non si è lasciata sfuggire per una serata accolta con grande successo…”
(NicolaViesti,CorrieredelMezzogiorno,10aprile2004)
“Va in scena Napoli, con la sua levità, con la sua visceralità, il suo fuoco, il suo lirismo. Rosso e azzurro illuminano una catinella al centro della stanza, riempita dalla musica di basso e contrabbasso, a disegnare angosce metropolitane e veraci… una città che pulsa, che non si ferma, che sorride dei suoi dolori, che ha la capacità di reinventarsi, di togliere la maschera e di metterne una nuova…una Napoli di sogni e di visioni sempre un po’ cruenti, scuotenti, che Marco Sgrosso rievoca strisciando come un ragno nero mascherato, o con i movimenti che ricordano un Charlie Chaplin tutto partenopeo… Una città provata dalla guerra, come ricorda Sgrosso in uno dei passaggi più intensi dello spettacolo, una città riunita a tavola, riunita davanti al ragù. E a farla da protagonista una lingua che diventa urlo, invettiva, preghiera, detto… E si respira, grazie alla bravura di Sgrosso e dei musicisti che lo accompagnano in questo viaggio… il sapore di una terra… dove tutto rinasce e ricomincia…”.
(GildaCamero,BariSera,13aprile2004)
AccompagnatoinscenadalcontrabbassodiunmusicistadelcalibrodiFeliceDelGaudio,attraversandotesti della più schietta tradizione partenopea, da De Filippo a Moscato, da Viviani a Manna, il protagonista dà paroleecantoaipiùdiversivoltidellacittà,conducendopermanoilpubblicotraivicoli,isottoscala(iltitolo dellospettacoloè"Bassonapoletano")adascoltarestoried'amoreappassionato,diricercadibrividiinluoghi di "malaffare" o per la strada, dove i corpi di vendono. O anche storie di sogni, di incubi, nelle quali emerge il lato più magico e misterioso di quella cultura. (…)Viaggio del vivere e del morire, o anche solo del "dormire",dellospegnersidelleemozioni,perpotercosìsospendereperunpo'inostridrammi.Sgrossooffre voci e corpo a questo suo habitat originario con abilità da maestro e da "comico dell'arte", mentre lo strumento di Del Gaudio propone struggenti melodie, accenna note dalle atmosfere cupe o viene percosso, a produrre il ritmo delle diverse pulsioni del cuore.
(BolognaSipario,27aprile2024)
leggilarecensioneintegralehttps://drive.google.com/file/d/1IgUnb5Tjyu943-gETSQP3mRYjykdR-jo/view
paginaweb
https://bellebandiere.blogspot.com/p/basso-napoletano.html
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ai soci: tessera associativa obbligatoria 5 €
Per
partecipare agli eventi artistici e alle attività culturali organizzate da
Argot Studio è necessario effettuare il tesseramento inserendo
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procedere alla compilazione del form clicca qui: bit.ly/Tesseramento_ArgotStudio
Per
infochiama il
06 5898111 oppure invia una mail a info@teatroargotstudio.com
Orario
botteghinoDal
giovedì al sabato ore 18:00-20:15 - domenica ore 15:00-17:15
Prenotazioni
telefoniche: 06.5898111
Dal
martedì al venerdì ore 10:30 – 18:00
Prenotazioni
online:
info@teatroargotstudio.com
Costo
biglietto15€
Orario
spettacologiov-ven
20:30 – sab 19:30 – dom 17:30
Nuovo Teatro Ateneo, il 31 marzo UPROAR con Carolina Rieckhof / Moyra Silva
Martedì 31 marzo alle ore 20.30, al Nuovo Teatro Ateneo, sarà presentato UPROAR, progetto di teatro partecipativo e nuovi formati firmato dalle artiste peruviane Carolina Rieckhof e Moyra Silva, in collaborazione con IILA – Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana.
Il lavoro, nato a Londra nel 2023, si configura come un dispositivo performativo in divenire che intreccia movimento, suono e pratiche rituali, a partire da una riflessione sulle recenti crisi politiche e sociali in Perù e sulle persistenti eredità coloniali. Attraverso un processo di ricerca condivisa, lo spettacolo apre uno spazio di elaborazione collettiva del dolore e di attivazione di un’empatia politica che coinvolge direttamente il pubblico.
Il 31 marzo 2026, alle ore 20:30, al Nuovo
Teatro Ateneo andrà in scena UPROAR, progetto di teatro
partecipativo e nuovi formati firmato da Carolina Rieckhof e Moyra Silva
(Perù), in collaborazione con IILA - Organizzazione Internazionale Italo-Latino
Americana.
Lo spettacolo nasce dall’incontro tra le due
artiste peruviane avvenuto a Londra nel 2023: Carolina Rieckhof, costumista e
scenografa, e Moyra Silva, regista e filosofa del movimento, condividono fin da
subito una medesima urgenza etica e politica, maturata a partire dalla
frustrazione per le violenze e le ingiustizie che hanno segnato le proteste
sociali in Perù e la repressione esercitata durante la crisi politica recente.
Da questo nucleo iniziale prende forma un
processo creativo continuo, che si sviluppa come esperienza di ricerca e
consapevolezza, superando i confini della produzione teatrale per diventare un
campo di indagine condivisa. Il lavoro si espande progressivamente fino a
includere l’esplorazione delle conoscenze ancestrali delle popolazioni locali
peruviane, intese come archivio vivo di memoria, resistenza e trasformazione.
UPROAR si configura così come un dispositivo
performativo in divenire, in cui movimento e suono si intrecciano a pratiche
rituali e saperi originari, restituendo una riflessione aperta sulle forme del
conflitto, della diaspora e della possibilità di elaborazione collettiva del
dolore. Lo spettacolo sarà presentato in lingua originale con sopratitoli.
Note dello spettacolo (fonte https://moyrasilva.com/2023/11/19/uproar/)
Le artiste peruviane che vivono nel Regno
Unito hanno avviato una pratica di ricerca collaborativa basata sull’arte che
intreccia movimento, suono, costume e giustizia sociale. La recente crisi
politica e la successiva crisi sociale in Perù, tra dicembre 2022 e marzo 2023,
vengono assunte come riflesso di questioni coloniali irrisolte — classismo,
discriminazione, razzismo — che continuano a produrre fratture nel presente. In
quanto migranti peruviane, lontane dal proprio paese, le artiste hanno
osservato con dolore e impotenza l’ascesa di un governo autoritario che ha reso
invisibili le morti di oltre 50 persone.
Le artiste dichiarano di essere state
ispirate dal Taki Onkoy, antica tradizione di danza ribelle contro
l’oppressione coloniale, che riemerge come forma di resistenza e sopravvivenza
simbolica. Questa tradizione ha risuonato con la necessità di condividere e
incarnare — attraverso pianto e danza — il dolore e l’ingiustizia del proprio
paese, dando forma a un rituale di guarigione in cui le lotte, le frustrazioni
e la sofferenza si trasformano in movimento: un movimento che tenta
continuamente di sollevarsi e ricadere, in un ciclo senza fine.
Nel corso della crisi in Perù (2022–2023)
civili, in particolare appartenenti a comunità indigene impegnate nel diritto
alla protesta, sono stati uccisi, discriminati e privati dei propri diritti
attraverso l’azione delle forze di polizia e militari sotto la guida della
presidente Dina Boluarte. Il progetto si configura pertanto come un tentativo
di generare dialoghi tra migrazione, distanza, lutto, protesta ed esperienza
collettiva, sviluppando un dispositivo performativo di empatia politica e
sociale che coinvolge attivamente il pubblico. Le artiste interrogano la
possibilità di condividere e attivare una comprensione del dolore che
attraversi le differenze geografiche e culturali, affermando l’uguaglianza del
valore della vita e del diritto alla protesta.
Note di contesto sulla stagione
Tra aprile e maggio il cartellone si dispiega
come una geografia teatrale del mondo, attraversando lingue, memorie e
tradizioni sceniche. Il 12 aprile sarà in scenaMi madre y el dinero di
Anacarsis Ramos intreccia autobiografia e documento per raccontare sessant’anni
di lavoro precario nello stato messicano di Campeche. Il 7 maggio la grande
attrice-danzatrice indiana Kapila Venu porta in prima italiana Parvati
Viraham, raffinata rilettura femminile della tradizione del NāṅgīārKūthu. Il 13
maggio Il figlio della tempesta di Armando Punzo e Andrea Salvadori
rievoca trent’anni della Compagnia della Fortezza, intrecciando parole, suono e
immagini nate nell’esperienza unica del carcere di Volterra. Chiude il 17
maggio L’ombra lunga di Alois Brunner del drammaturgo siriano Mudar
Alhaggi, un’indagine teatrale vertiginosa in cui la storia europea e quella
mediorientale si riflettono nell’esperienza dell’esilio e della memoria
politica.
CHIANCHERIA – MEAT & BURGER RIAPRE A VAIRANO SCALO NEL SEGNO DELL’EVOLUZIONE
Nuova riapertura della sede storica di Chiancheria – Meat & Burger mercoledì 1 aprile a Vairano Scalo (Caserta), che segna l’inizio della fase evolutiva del brand Chiancheria 2.0 con un restyling lineare e una proposta food immediatamente riconoscibile e contemporanea.
Nata nel 2016 dalla collaborazione tra Salvio Passariello e Pasquale Di Muccio, oggi socio e Direttore Commerciale del Gruppo, Chiancheria ha rappresentato dagli esordi un format innovativo italiano capace di unire hamburgeria, steakhouse, macelleria e gastronomia. Dopo il successo della prima sede a Vairano Scalo, il progetto si è espanso a Roma e Napoli, consolidando una visione della ristorazione orientata alla qualità ma democratica. La riapertura della sede di Vairano Scalo arriva con un’idea rigenerata e già consolidata per trasformare un’opportunità strategica in rebranding. Il nuovo concept supera l’idea tradizionale di tempio della carne per evolversi in uno spazio gastronomico moderno, inclusivo e dinamico, pensato per accompagnare i diversi momenti della giornata: dal pranzo veloce all’aperitivo, fino alla cena.
Chiancheria 2.0 ripropone un nuovo modo di vivere la ristorazione un’offerta che unisce tradizione e innovazione attraverso due direttrici principali. La nuova filosofia valorizza la materia prima e ritorna al gusto autentico, caratterizzato dalla semplicità, chiave gustativa di piatti che valorizzano la purezza della materia prima. Un manifesto preciso e che porta avanti il valore della qualità democratica con uno street food contemporaneo e con contaminazioni gourmet. Insieme ai grandi classici della carne, trovano spazio nuove proposte di tendenza: wrap, kebab e toast realizzati con ingredienti selezionati, oltre a un’attenzione crescente verso opzioni vegetariane e vegane, in linea con i principi della dieta mediterranea.
L’obiettivo è rendere l’esperienza accessibile e flessibile: accanto a tagli pregiati e selezioni enologiche, il menù introduce proposte agili con prezzi accessibili, pensate anche per un consumo veloce e informale. A rafforzare l’esperienza gastronomica, grande attenzione è dedicata anche alla cantina e al beverage: la carta dei vini conta oltre 110 etichette tra referenze nazionali e internazionali accuratamente selezionati dal sommelier Giuseppe Ventriglia, affiancate dalle migliori etichette di brasserie nazionali e internazionali che rappresentano la birra artigianale.
Valori solidi e visione sostenibile sono alla base del progetto e promossi dal Gruppo Le Due Torri, guidato da Salvio Passariello, CEO e Direttore Generale, affiancato da Laura Rusciano, responsabile finanziaria. Una visione imprenditoriale che mette al centro qualità, sostenibilità e responsabilità sociale. Il modello si ispira ai tre principi cardine del “Buono, Pulito e Giusto”. “Buono” per garantire qualità nutrizionale e benessere, “Pulito”, nel rispetto dell’ambiente e dei cicli naturali e “Giusto”, per assicurare equità lungo tutta la filiera produttiva.
La qualità della materia prima al centro della filosofia di Chiancheria, con una selezione di carni curata con la collaborazione di aziende sostenibili e che seguono un’etica rigorosa mettendo al centro la tutela della biodiversità. Inoltre, presso la sede di Vairano sarà possibile acquistare direttamente la carne dal banco e scegliere box da asporto, pensate per portare l’esperienza e la qualità dei prodotti Chiancheria anche a casa.
Inoltre si affiancano a innovazione e sviluppo di Chiancheria 2.0, nuove chiavi di potenziamento del delivery, lo sviluppo del canale retail e l’introduzione del food truck rappresentano strumenti strategici per portare il brand “on the road”, ampliando il pubblico e rafforzando la presenza sul territorio nazionale e internazionale. In questo percorso, un ruolo centrale è rappresentato dalle persone: Chiancheria investe nella crescita professionale del proprio team attraverso un’Academy interna, con l’obiettivo di formare e valorizzare le risorse e diffondere una cultura della ristorazione sempre più consapevole. Questo approccio si traduce anche nella possibilità di vivere l’esperienza Chiancheria fuori sede, portando il format in eventi e contesti privati, mantenendo lo spirito dinamico e “on the road” che contraddistingue il brand.
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Sacrifici prima della catastrofe: cosa bruciava negli altari domestici di Pompei?
domenica 29 marzo 2026
Zona franca al Sud, Enrico Ditto attacca: «Basta propaganda. Senza fiscalità speciale il Mezzogiorno resta condannato a rincorrere»
«Il Sud non può continuare a essere raccontato come una terra di potenziale e poi lasciato ogni giorno a combattere con costi più alti, infrastrutture più deboli, burocrazia più lenta e margini più fragili. Senza una vera fiscalità speciale, parlare di sviluppo del Mezzogiorno è ormai solo propaganda». È un intervento netto, senza sfumature, quello di Enrico Ditto, imprenditore napoletano attivo nel settore dell’ospitalità e da tempo voce critica sul futuro economico, urbano e produttivo di Napoli e della sua provincia.
Il tema è quello della zona franca al Sud, una misura che per Ditto non rappresenta una concessione, ma una necessità economica e politica. «Ogni volta che si apre il dibattito sul rilancio del Mezzogiorno – osserva – si moltiplicano tavoli, promesse, slogan, convegni e dichiarazioni. Poi però le imprese continuano a lavorare in un contesto oggettivamente più difficile, con meno strumenti e più ostacoli. A un certo punto bisogna dirlo con chiarezza: il problema non è la mancanza di talento o di iniziativa privata. Il problema è che al Sud si pretende competitività senza garantire condizioni competitive».
Per Ditto il punto è ormai non più rinviabile: o si costruisce una leva straordinaria per il Mezzogiorno, oppure si continuerà a gestire il declino a colpi di annunci. E la zona franca, nella sua visione, deve essere uno strumento reale, non un’etichetta da campagna elettorale. «Non basta evocare incentivi generici – spiega –. Serve un pacchetto serio: alleggerimento fiscale, semplificazione amministrativa, incentivi veri per chi assume, investe e resta sul territorio. Se il costo d’impresa continua a essere schiacciato da squilibri strutturali, il Sud non parte in ritardo: parte già penalizzato».
L’affondo riguarda direttamente anche il sistema Paese. «In Italia – prosegue Ditto – si parla spesso del Mezzogiorno come se fosse un problema locale. È un errore clamoroso. Il Sud è una questione nazionale. Se il Sud non cresce, l’Italia perde capacità produttiva, perde mercato interno, perde attrattività internazionale e perde intere generazioni di competenze». Un’analisi che si lega a un fenomeno ormai strutturale: la fuga di giovani, professionalità e capitale umano verso territori percepiti come più stabili e più favorevoli all’iniziativa economica.
Secondo l’imprenditore napoletano, la zona franca dovrebbe servire prima di tutto a fermare l’emorragia silenziosa che svuota il Mezzogiorno di energie e prospettiva. «Non possiamo continuare ad applaudire i ragazzi del Sud quando ce la fanno altrove e ignorare il fatto che troppo spesso se ne vanno perché qui il sistema non li sostiene abbastanza. Quando un territorio perde chi lavora, chi investe, chi innova, non perde solo Pil: perde fiducia». E la fiducia, per Ditto, è oggi la materia prima più scarsa del Sud.
Nel suo intervento, Ditto chiama in causa anche Napoli, città che vive un momento di grande visibilità ma che, a suo giudizio, rischia di restare imprigionata in una narrazione troppo comoda. «Napoli oggi è più visibile, più cercata, più raccontata. Ma non possiamo scambiare il racconto per sviluppo. Non basta avere più presenze, più flussi o più attenzione mediatica se poi chi fa impresa continua a muoversi in un ecosistema fragile, incerto e spesso inefficiente. Una città non cresce davvero se diventa solo attrattiva da consumare. Cresce se diventa un luogo dove investire conviene e restare ha senso».
È qui che la zona franca, secondo Ditto, smette di essere un tema tecnico e diventa una questione di giustizia economica e territoriale. «Al Sud non servono misure simboliche. Servono strumenti che cambino il campo di gioco. Perché se le imprese meridionali continuano a reggere il peso di divari logistici, amministrativi e fiscali senza compensazioni adeguate, allora non siamo davanti a un libero mercato: siamo davanti a una competizione falsata».
Il messaggio è chiaro anche sul piano politico: la stagione delle mezze misure è finita. «Il Sud – incalza Ditto – non può essere chiamato in causa solo quando bisogna fare statistiche, promettere rilanci o riempire programmi elettorali. O si ha il coraggio di intervenire davvero oppure si continuerà a perdere tempo, imprese e posti di lavoro». E aggiunge: «Chi governa dovrebbe smettere di chiedere resilienza infinita a territori che da anni tengono in piedi economia e occupazione in condizioni molto più difficili del resto del Paese».
Per Ditto, però, una zona franca credibile deve anche essere blindata da criteri seri e trasparenti. «Nessuno chiede sconti senza regole. Le agevolazioni devono premiare chi produce valore reale: chi assume in modo stabile, chi investe in innovazione, chi resta, chi crea filiera, chi non usa il territorio come piattaforma opportunistica. Ma proprio per questo bisogna smetterla con la paura ideologica verso ogni misura straordinaria. Il vero spreco non è aiutare chi crea economia. Il vero spreco è continuare a non correggere uno squilibrio che tutti vedono».
L’intervento di Enrico Ditto riporta così al centro del dibattito una domanda che il Sud, e Napoli in particolare, non possono più permettersi di rimandare: vogliamo continuare a sopravvivere dentro un sistema che ci chiede di fare di più con meno, oppure vogliamo finalmente costruire condizioni normali per competere davvero?
Per l’imprenditore napoletano, la risposta è una sola: «Il Sud non ha bisogno di compassione. Ha bisogno di potenza economica, libertà di impresa e coraggio politico. La zona franca non è un regalo. È il minimo sindacale per iniziare a parlare seriamente di futuro».





