Ma Press News

Sei un Ufficio Stampa? Vuoi pubblicare i tuoi comunicati oppure i tuoi articoli? Entra in Ma Press News e pubblica tu stesso. Libera Informazione gratis per tutti. mariammanews@gmail.com

martedì 16 giugno 2026

Simone Manzi, “Con Rai Cultura la prima importante regia”

Il giovane regista racconta "La Gravità del Superfluo", il documentario di Rai Cultura, condotto da Barbara De Nuntis, prodotto da Kluck Studio e dedicato a uno degli artisti contemporanei italiani più riconoscibili sulla scena internazionale.

Giovane, preparato, determinato. Simone Manzi, classe 2000, è uno dei nuovi nomi da osservare nel panorama audiovisivo italiano. Regista, sceneggiatore e filmmaker, si è formato tra recitazione, cinema, teatro e nuovi media, affiancando negli ultimi anni il regista, autore e direttore artistico Walter Garibaldi, che Simone considera il suo maestro e il primo vero sostenitore del suo talento. Oggi Manzi firma la regia de “La Gravità del Superfluo-Daniele Sigalot”, documentario di Rai Cultura e prodotto da Kluck Studio, dedicato all’universo creativo dell’artista romano Daniele Sigalot. Un progetto importante, in onda su Rai 5, e sempre disponibile su Rai Play, che segna per lui una tappa decisiva: la prima regia televisiva di grande rilievo

Simone, “La Gravità del Superfluo-Daniele Sigalot” rappresenta per te una tappa molto importante. Che valore ha questa regia nel tuo percorso?

Ha un valore enorme. È la prima regia di rilievo, un progetto che arriva su Rai Cultura e che mi ha dato la possibilità di misurarmi con un linguaggio alto, complesso, raffinato.

Raccontare Daniele Sigalot non significa semplicemente filmare delle opere: significa entrare dentro un universo creativo, dentro un pensiero, dentro una poetica fatta di contrasti, leggerezza apparente e grande profondità. Per me è stato un passaggio di crescita fondamentale. Ho sentito il peso della responsabilità, ma anche la bellezza di poter trasformare quella responsabilità in immagini, ritmo, racconto.

Questa occasione arriva attraverso Walter Garibaldi, che ha avuto un ruolo centrale nella tua formazione. Che rapporto professionale vi lega?

Walter Garibaldi è il mio maestro. Lo dico senza retorica. È stato il primo a credere davvero nelle mie capacità, a guardarmi non soltanto come un ragazzo giovane con una passione, ma come qualcuno su cui investire, da formare, da responsabilizzare. Studiare e lavorare accanto a lui mi ha insegnato tantissimo. Walter è un autore, un direttore artistico e un regista di grande cultura, sensibilità e intelligenza. Per me rappresenta un punto di riferimento raro, perché unisce esperienza, visione e generosità. È una figura che considero un pilastro dello spettacolo italiano, non soltanto per quello che ha fatto, ma per il modo in cui sa leggere il talento degli altri e accompagnarlo.

Prima di questo documentario, Walter Garibaldi ti aveva già voluto accanto nel film "Nonna ci produce un film". Quanto è stato importante quel passaggio?

La pellicola, scritta da Walter Garibaldi e recentemente acquistata dalla Rai, è stata fondamentale. Walter mi ha voluto accanto in quel progetto e lì ho potuto osservare da vicino il suo metodo, il suo modo di costruire una scena, di parlare agli attori, di tenere insieme visione artistica e concretezza produttiva.

Credo che proprio quel percorso abbia creato le condizioni per questo nuovo passo. La fiducia non nasce mai dal nulla: si costruisce lavorando, sbagliando, imparando.

Quando poi Walter mi ha affidato la regia de "La Gravità del Superfluo", ho capito che quella fiducia era diventata una vera responsabilità artistica.

Che cosa ti ha colpito di Daniele Sigalot come artista e come protagonista del documentario?

Mi ha colpito il suo modo di ribaltare le percezioni. Daniele lavora spesso su materiali forti, industriali, come il ferro e l’acciaio, ma riesce a trasformarli in qualcosa che allo sguardo appare leggero, quasi fragile, a volte persino ironico. C’è un cortocircuito molto affascinante tra ciò che un materiale è e ciò che sembra essere. Da regista questa cosa è potentissima, perché ti obbliga a non fermarti alla superficie. Dovevo trovare un modo per raccontare non solo le opere, ma anche l’idea che le attraversa. Il documentario prova proprio a fare questo: accompagnare lo spettatore dentro una visione, non semplicemente davanti a una mostra.

Il documentario è condotto da Barbara De Nuntis. Com’è stato lavorare con lei?

È stato un grande onore. Barbara De Nuntis è una conduttrice elegante, preparata, capace di entrare nel racconto con grande sensibilità. Ha una presenza scenica naturale, ma soprattutto ha un ascolto vero. Non conduce “sopra” il documentario: lo accompagna, lo attraversa, lo rende più vicino allo spettatore. La sua esperienza tra cinema, televisione e teatro si sente tutta, ma non diventa mai distanza. Al contrario, porta sicurezza, ritmo e umanità. Credo che il suo ritorno alla conduzione in questo progetto sia uno degli elementi più belli e forti del documentario.

Nel progetto compare anche il nome di Kluck Studio. Come nasce questa società?

Kluck Studio nasce da un’idea condivisa con Walter: creare una realtà produttiva capace di dare spazio ai talenti, alla creatività, alle idee nuove, senza chiudersi dentro schemi rigidi.

Con Walter abbiamo immaginato Kluck Studio come un luogo in cui generazioni diverse possano incontrarsi. Da una parte l’esperienza, la cultura, la conoscenza del mestiere; dall’altra l’energia dei giovani, il desiderio di sperimentare, l’urgenza di raccontare.

Nel tuo curriculum ci sono cortometraggi, videoclip, spot, assistenze alla regia, lavori per il sociale e per il mondo dello spettacolo. Quanto conta questa varietà?

Conta tantissimo. Io credo che un regista debba cimentarsi con linguaggi diversi. Ogni esperienza ti dà qualcosa: il videoclip ti insegna il ritmo, lo spot ti insegna la sintesi, il cortometraggio ti insegna la narrazione, l’assistenza alla regia ti insegna l’umiltà del set.

Ho avuto la fortuna di lavorare su progetti molto diversi, anche legati a temi sociali importanti, come la donazione del sangue o la disabilità. Tutto questo mi ha formato non solo tecnicamente, ma anche umanamente. La regia non è solo estetica: è responsabilità verso ciò che racconti.

Ti senti più vicino al cinema, al teatro o alla televisione?

Mi sento vicino a tutti e tre, in modo diverso. Il cinema mi dà la possibilità di costruire mondi, il teatro mi ricorda la centralità dell’attore e della parola viva, la televisione mi obbliga a dialogare con un pubblico ampio e reale..

Dopo La Gravità del Superfluo, cosa dobbiamo aspettarci da Simone Manzi?

Ci sono tanti progetti. Davvero tanti. Posso dire che continuerò a firmare regie e a lavorare su storie diverse, mantenendo sempre un equilibrio tra cinema, teatro e televisione. Mi interessa crescere, sperimentare, confrontarmi con artisti, attori, autori e produttori che abbiano qualcosa da dire. Questo documentario è un punto di arrivo, ma soprattutto un punto di partenza. Mi ha insegnato che anche un giovane regista può affrontare progetti importanti, se ha accanto maestri veri, una squadra forte e la volontà di non accontentarsi mai.

Nessun commento:

Posta un commento