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domenica 29 marzo 2026

Zona franca al Sud, Enrico Ditto attacca: «Basta propaganda. Senza fiscalità speciale il Mezzogiorno resta condannato a rincorrere»

«Il Sud non chiede favori: chiede di smettere di essere penalizzato». L’imprenditore napoletano rilancia il tema della zona franca come priorità nazionale per imprese, lavoro e competitività.

«Il Sud non può continuare a essere raccontato come una terra di potenziale e poi lasciato ogni giorno a combattere con costi più alti, infrastrutture più deboli, burocrazia più lenta e margini più fragili. Senza una vera fiscalità speciale, parlare di sviluppo del Mezzogiorno è ormai solo propaganda». È un intervento netto, senza sfumature, quello di Enrico Ditto, imprenditore napoletano attivo nel settore dell’ospitalità e da tempo voce critica sul futuro economico, urbano e produttivo di Napoli e della sua provincia.

Il tema è quello della zona franca al Sud, una misura che per Ditto non rappresenta una concessione, ma una necessità economica e politica. «Ogni volta che si apre il dibattito sul rilancio del Mezzogiorno – osserva – si moltiplicano tavoli, promesse, slogan, convegni e dichiarazioni. Poi però le imprese continuano a lavorare in un contesto oggettivamente più difficile, con meno strumenti e più ostacoli. A un certo punto bisogna dirlo con chiarezza: il problema non è la mancanza di talento o di iniziativa privata. Il problema è che al Sud si pretende competitività senza garantire condizioni competitive».

Per Ditto il punto è ormai non più rinviabile: o si costruisce una leva straordinaria per il Mezzogiorno, oppure si continuerà a gestire il declino a colpi di annunci. E la zona franca, nella sua visione, deve essere uno strumento reale, non un’etichetta da campagna elettorale. «Non basta evocare incentivi generici – spiega –. Serve un pacchetto serio: alleggerimento fiscale, semplificazione amministrativa, incentivi veri per chi assume, investe e resta sul territorio. Se il costo d’impresa continua a essere schiacciato da squilibri strutturali, il Sud non parte in ritardo: parte già penalizzato».

L’affondo riguarda direttamente anche il sistema Paese. «In Italia – prosegue Ditto – si parla spesso del Mezzogiorno come se fosse un problema locale. È un errore clamoroso. Il Sud è una questione nazionale. Se il Sud non cresce, l’Italia perde capacità produttiva, perde mercato interno, perde attrattività internazionale e perde intere generazioni di competenze». Un’analisi che si lega a un fenomeno ormai strutturale: la fuga di giovani, professionalità e capitale umano verso territori percepiti come più stabili e più favorevoli all’iniziativa economica.

Secondo l’imprenditore napoletano, la zona franca dovrebbe servire prima di tutto a fermare l’emorragia silenziosa che svuota il Mezzogiorno di energie e prospettiva. «Non possiamo continuare ad applaudire i ragazzi del Sud quando ce la fanno altrove e ignorare il fatto che troppo spesso se ne vanno perché qui il sistema non li sostiene abbastanza. Quando un territorio perde chi lavora, chi investe, chi innova, non perde solo Pil: perde fiducia». E la fiducia, per Ditto, è oggi la materia prima più scarsa del Sud.

 Nel suo intervento, Ditto chiama in causa anche Napoli, città che vive un momento di grande visibilità ma che, a suo giudizio, rischia di restare imprigionata in una narrazione troppo comoda. «Napoli oggi è più visibile, più cercata, più raccontata. Ma non possiamo scambiare il racconto per sviluppo. Non basta avere più presenze, più flussi o più attenzione mediatica se poi chi fa impresa continua a muoversi in un ecosistema fragile, incerto e spesso inefficiente. Una città non cresce davvero se diventa solo attrattiva da consumare. Cresce se diventa un luogo dove investire conviene e restare ha senso».

 È qui che la zona franca, secondo Ditto, smette di essere un tema tecnico e diventa una questione di giustizia economica e territoriale. «Al Sud non servono misure simboliche. Servono strumenti che cambino il campo di gioco. Perché se le imprese meridionali continuano a reggere il peso di divari logistici, amministrativi e fiscali senza compensazioni adeguate, allora non siamo davanti a un libero mercato: siamo davanti a una competizione falsata».

Il messaggio è chiaro anche sul piano politico: la stagione delle mezze misure è finita. «Il Sud – incalza Ditto – non può essere chiamato in causa solo quando bisogna fare statistiche, promettere rilanci o riempire programmi elettorali. O si ha il coraggio di intervenire davvero oppure si continuerà a perdere tempo, imprese e posti di lavoro». E aggiunge: «Chi governa dovrebbe smettere di chiedere resilienza infinita a territori che da anni tengono in piedi economia e occupazione in condizioni molto più difficili del resto del Paese».

Per Ditto, però, una zona franca credibile deve anche essere blindata da criteri seri e trasparenti. «Nessuno chiede sconti senza regole. Le agevolazioni devono premiare chi produce valore reale: chi assume in modo stabile, chi investe in innovazione, chi resta, chi crea filiera, chi non usa il territorio come piattaforma opportunistica. Ma proprio per questo bisogna smetterla con la paura ideologica verso ogni misura straordinaria. Il vero spreco non è aiutare chi crea economia. Il vero spreco è continuare a non correggere uno squilibrio che tutti vedono».

L’intervento di Enrico Ditto riporta così al centro del dibattito una domanda che il Sud, e Napoli in particolare, non possono più permettersi di rimandare: vogliamo continuare a sopravvivere dentro un sistema che ci chiede di fare di più con meno, oppure vogliamo finalmente costruire condizioni normali per competere davvero?

 Per l’imprenditore napoletano, la risposta è una sola: «Il Sud non ha bisogno di compassione. Ha bisogno di potenza economica, libertà di impresa e coraggio politico. La zona franca non è un regalo. È il minimo sindacale per iniziare a parlare seriamente di futuro».

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