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giovedì 19 marzo 2026

24 marzo Marco Baliani al Nuovo Teatro Ateneo con Kohlhaas

Il 24 marzo 2026 alle ore 20.30 va in scena KOHLHAAS, di Marco Baliani e Remo Rostagno, tratto da Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist, con lo stesso Baliani in qualità di attore narrante e la regia di Maria Maglietta.

Al centro, la vicenda di un uomo comune che, a partire da un’ingiustizia subita, innesca una spirale inarrestabile che interroga radicalmente il rapporto tra diritto e vendetta, tra individuo e potere. Nella riscrittura scenica di Baliani, il racconto si configura come un organismo vivo, in continua trasformazione, in cui la parola si fa azione e attraversa il tempo per restituire allo spettatore tutta l’ambiguità e la forza di una domanda irrisolta: cosa è giustizia, e fino a che punto è lecito esercitarla?

Uno spettacolo essenziale e incisivo, che riafferma la centralità della narrazione come esperienza condivisa e spazio critico di riflessione.

Il Nuovo Teatro Ateneo prosegue la stagione 2025/2026 con uno dei nomi più rilevanti del teatro italiano ed europeo. Il 24 marzo alle ore 20,30 debutterà lo spettacolo Kohlhaas che porta in scena la potenza esemplare del racconto di giustizia e ossessione tratto da Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist, riletto da Marco Baliani insieme a Remo Rostagno. Al centro, la vicenda di un uomo comune che, di fronte a un’ingiustizia subita, intraprende una spirale inarrestabile che mette in crisi il rapporto tra diritto e vendetta, tra individuo e potere.
A dar voce a questa narrazione è Marco Baliani, attore narrante che attraversa la materia incandescente del testo con rigore e tensione, restituendone l’urgenza etica e la complessità morale. La regia di Maria Maglietta costruisce uno spazio essenziale e concentrato, in cui la parola si fa azione e il racconto si dispiega come esperienza diretta, capace di interrogare lo spettatore sul confine sottile tra giustizia e violenza.

Note di Marco Baliani


La storia di Kohlhaas è un fatto di cronaca realmente accaduto nella Germania del 1500, scritto da Heinrich von Kleist in pagine memorabili.
Nel mio racconto orale è come se avessi aggiunto allo scheletro osseo riconoscibile della struttura del racconto di Kleist, nervi muscoli e pelle che provengono non più dall’autore originario ma dalla mia esperienza, teatrale e narrativa, dal mio mondo di visioni e di poetica.
Così ad esempio tutta la metafora sul cerchio del cuore paragonato al cerchio del recinto dei cavalli, che torna più volte nella narrazione, come luogo simbolico di un senso della giustizia umanissimo e concreto, è una mia invenzione, nel senso etimologico del termine, qualcosa che ho trovato a forza di cercare una mia adesione al racconto di Kleist.
Così via via il testo originale si è come andato perdendo e ne nasceva un altro, un work in progress alla prova di spettatori sempre diversi, anno dopo anno, in spazi teatrali e non, secondo un procedimento di crescita che ai miei occhi appare come qualcosa di organico, come mi si formasse tra le mani un organismo vivente sempre più ricco e differenziato.
Accade nell’arte del racconto orale che per cercare personaggi interiori occorra compiere lunghi percorsi, passare attraverso storie di altre storie, sentirsi stranieri in questo mondo dopo aver tanto peregrinato, fino a trovare quel punto incandescente capace di generare a sua volta nell’ascoltatore un mondo di visioni, non necessariamente coincidenti con le mie.
L’arte sta nel non nominare troppo, nel cogliere il cuore di un’esperienza con pochi tratti lasciando molto in ombra, molto ancora da compiersi.
Kohlhaas è la storia di un sopruso che, non risolto attraverso le vie del diritto, genera una spirale di violenze sempre più incontrollabili, ma sempre in nome di un ideale di giustizia naturale e terrena, fino a che il conflitto generatore dell’intera vicenda, cos’è la giustizia e fino a che punto in nome della giustizia si può diventare giustizieri, non si risolve tragicamente lasciando intorno alla figura del protagonista una ambigua aura di possibile eroe del suo tempo.
Le domande morali che la vicenda solleva e lascia sospese, mi sembrarono, quando cominciai ad affrontare l’impresa memorabile del racconto, un modo per parlare degli anni ’70, per parlare di quei conflitti in cui venne a trovarsi la mia generazione, quella del ’68, quando in nome di un superiore ideale di giustizia sociale si arrivò a insanguinare piazze e città.
In fondo, a voler rivedere all’indietro il mio percorso artistico, senza Kohlhaas non sarei arrivato a raccontare Corpo di Stato, racconto teatrale andato in onda in diretta televisiva la notte del 9 maggio, vent’anni dopo la morte di Moro, a poter ritrovare i medesimi conflitti, riuscendo questa volta a parlarne dall’interno, come soggetto coinvolto nei fatti narrati.
Un tema antico dunque, tragico nella tradizione e nella forma, che continua a catturarmi, perché il narratore non può che narrare ciò che epicamente lo coinvolge nell’intera sua persona, a me succede così: non potrei raccontare qualsiasi cosa.



Note di contesto sulla stagione


Tra marzo e maggio il cartellone si dispiega come una geografia teatrale del mondo, attraversando lingue, memorie e tradizioni sceniche. Il 27 marzo la danza di Jiddu di Marco Berrettini trasforma una vicenda grottesca di appropriazione culturale in una riflessione ironica e inquieta sull’identità. Il 31 marzo Uproar, nato dalla collaborazione tra Carolina Rieckhof e Moyra Silva, esplora movimento e suono a partire dai saperi ancestrali peruviani e dalla memoria delle proteste represse. Il 12 aprile Mi madre y el dinero di Anacarsis Ramos intreccia autobiografia e documento per raccontare sessant’anni di lavoro precario nello stato messicano di Campeche. Il 7 maggio la grande attrice-danzatrice indiana Kapila Venu porta in prima italiana Parvati Viraham, raffinata rilettura femminile della tradizione del Nāṅgīār Kūthu. Il 13 maggio Il figlio della tempesta di Armando Punzo e Andrea Salvadori rievoca trent’anni della Compagnia della Fortezza, intrecciando parole, suono e immagini nate nell’esperienza unica del carcere di Volterra. Chiude il 17 maggio L’ombra lunga di Alois Brunner del drammaturgo siriano Mudar Alhaggi, un’indagine teatrale vertiginosa in cui la storia europea e quella mediorientale si riflettono nell’esperienza dell’esilio e della memoria politica.




Info e acquisto biglietti

Polo Museale - Sapienza Cultura - Sezione Nuovo Teatro Ateneo 
Sapienza Università di Roma
Mail: segreteria.nuovoteatroateneo@uniroma1.it
Telefono: 0649914115
Sito: https://nuovoteatroateneo.web.uniroma1.it/  
Instagram: @nuovoteatroateneosapienza
Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma - Edificio CU017


LINK VIVATICKET 
https://www.vivaticket.com/it/ticket/kohlhaas/291767


Orario spettacoli: 20.30
L'ingresso per gli spettacoli della STAGIONE è da piazzale Aldo Moro 5 oppure dal cancello pedonale in viale delle Scienze 11 (a destra della sbarra di accesso al parcheggio sotterraneo).

Dopo aver prenotato il tuo biglietto, prenota anche il parcheggio all’interno della città universitaria al seguente link
https://bit.ly/parcheggiocusapienza

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