Sapienza Università di Roma presenta la nuova stagione del Nuovo Teatro Ateneo, un progetto culturale che riafferma il ruolo dell’università pubblica come luogo di produzione e condivisione del sapere, di ricerca artistica e di confronto con la città.
La novità più significativa è una scelta di grande valore pubblico: per la prima volta, tutti gli spettacoli della stagione saranno a ingresso gratuito, per la comunità universitaria e per l’intera cittadinanza. Una decisione che riconosce alla cultura una funzione essenziale nella vita collettiva e fa dell’accessibilità una condizione concreta per condividere la qualità artistica.
Diretta da Velia Papa e coordinata da Damiano Garofalo, la stagione 2026/2027 propone un programma di respiro internazionale, con protagonisti e compagnie dall’Italia, dall’Europa e da altri continenti. Tra gli appuntamenti, Giorgio Barberio Corsetti, Fanny & Alexander, Mufutau Yusuf, Mohammed Al Qudwa, Zora Snake, Bertrand Lesca e Nasi Voutsas, accanto a Mattia Torre, Teatro dei Gordi, Niccolò Fettarappa Sandri e Lisa Ferlazzo Natoli.
Completa il programma PASSAGGI – Un omaggio a Carlo Cecchi, con incontri, proiezioni e testimonianze di artisti come Mario Martone, Valerio Binasco, Arturo Cirillo, Iaia Forte e Francesca Comencini.
Un teatro universitario inteso non come spazio riservato agli specialisti, ma come luogo aperto alla città, capace di mettere in relazione culture, generazioni e linguaggi e di interrogare il presente attraverso l’esperienza della scena.
Tutti gli spettacoli sono gratuiti, previa prenotazione su Eventbrite, fino a esaurimento dei posti disponibili.
Il teatro come luogo pubblico: la Terza stagione del Nuovo Teatro Ateneo.
Il teatro della Sapienza, nella stagione 26/27 torna a interrogare il presente con una stagione nella quale il teatro italiano contemporaneo e le esperienze internazionali si incontrano, tenendo insieme memoria, corpo, società, identità e comunità
La Terza stagione del Nuovo Teatro Ateneo prende forma a partire da una domanda che, per un teatro con una storia così profondamente legata alla cultura italiana, non può essere elusa: che cosa significa oggi fare teatro dentro un’università e, insieme, dentro una città come Roma?
La risposta non sta in una formula e nemmeno nella semplice scelta di una serie di spettacoli. Sta nel modo in cui un teatro decide di abitare il proprio tempo.
Il Nuovo Teatro Ateneo torna infatti al pubblico con la stagione 2026/2027 proseguendo il percorso avviato con la riapertura e con le prime due stagioni della nuova direzione artistica di Velia Papa. Lo fa senza rinunciare alla propria memoria, ma nemmeno trasformandola in un monumento. La storia, quando è davvero tale, non è qualcosa che si conserva sotto vetro: è una responsabilità che si eredita e che ogni generazione deve misurare con il proprio presente.
Il Nuovo Teatro Ateneo appartiene alla storia della Sapienza e, attraverso di essa, a una parte importante della storia del teatro italiano. È nato dentro un’università pubblica in cui lo studio dello spettacolo ha avuto un ruolo pionieristico e in cui teoria, ricerca, formazione e pratica scenica hanno trovato per decenni un terreno comune. Il suo percorso ha conosciuto stagioni diverse, grandi artisti, studiosi, laboratori, esperienze che hanno contribuito alla cultura teatrale italiana e internazionale. Oggi quel patrimonio non viene semplicemente celebrato: viene rimesso in movimento.
È una differenza sostanziale.
Perché il teatro, se vuole continuare ad avere un valore pubblico, non può limitarsi a rappresentare il mondo. Deve trovare il modo di entrarci in relazione. E il valore pubblico del teatro è precisamente questo: verticale, quando produce conoscenza, pensiero, ricerca, formazione, memoria; orizzontale, quando costruisce una comunità temporanea di persone diverse che per il tempo di uno spettacolo condividono uno spazio, un ascolto, una possibilità di confronto.
È questa la direzione nella quale si muove la Terza stagione del Nuovo Teatro Ateneo. Non un teatro chiuso nell’università, dunque, ma un teatro che dall’università prende una responsabilità particolare: quella di non smettere di interrogare ciò che accade fuori dalle sue mura. E non un teatro che cerca semplicemente di rispecchiare l’attualità, ma un luogo nel quale l’attualità possa essere sottoposta alla complessità dell'arte, della storia e del pensiero.
La stagione 2026/2027 mette in relazione esperienze artistiche, geografie, generazioni e linguaggi differenti, componendo un programma nel quale il teatro italiano contemporaneo dialoga con esperienze internazionali e nel quale la scena diventa uno spazio di confronto tra memoria, corpo, società, identità e comunità.
Si parte a novembre, dal Cile di Estampida Humana della compagnia Bonobo, che riflette sulla perdita del senso di comunità, sulla paura, sulla violenza e sulla trasformazione degli spazi pubblici in luoghi pericolosi e conflittuali.
Ancora a novembre il Nuovo Teatro Ateneo ospita lo spettacolo Sogno di una notte d’estate della compagnia Maltinti Teatro, composta da un gruppo di attori professionisti e di ex-allievi di Carlo Cecchi che incontra sulla scena una generazione di giovanissimi attori per affrontare uno dei testi più giocosi e complessi del repertorio shakespeariano. Ad un anno dalla scomparsa di Carlo Cecchi, il Nuovo Teatro Ateneo vuole omaggiare questa figura del teatro italiano e lo fa con un ciclo di incontri dal titolo PASSAGGI – un omaggio a Carlo Cecchi: 4 appuntamenti da novembre a febbraio con proiezioni, dibattiti e spettacoli.
A dicembre, sarà in scena April di Fanny & Alexander, dedicato alla storia di April Ashley e alla trasformazione, alla visibilità, alla memoria; si prosegue con Progetto Bardo di Giorgio Barberio Corsetti; a gennaio si riparte con Impasse di Yusuf Mufutau, una riflessione sulla mortalità e sull'impermanenza attraverso il corpo e la danza; a febbraio si prosegue con Opera Punk di Brut Movement, una commedia musicale italo-romantica punk nella quale opera, musica, danza, comicità e abilità clownesca si incontrano.
La stagione attraversa quindi la storia e la memoria personale di Mohammed Al Qudwa in Ce qu’on emporte quand tout disparaît in programma a febbraio, mentre a marzo è di scena Tonight il lavoro di Bertrand Lesca e Nasi Voutsas, insieme da dieci anni nella ricerca di una comicità contemporanea che dialoga con la tradizione dei grandi clown, e Confessione di un ex presidente che ha portato il suo paese sull’orlo di una crisi di Davide Carnevali, che mette in scena i meccanismi della retorica politica e il confine tra realtà e rappresentazione.
Seguono 4.5.6, storico spettacolo cult scritto da Mattia Torre, una comica e violenta storia di una famiglia isolata e chiusa nelle proprie paure; ad aprile, L’Opera du Villageois di Zora Snake, artista camerunese che intreccia danza, performance, memoria, ricerca storica e ritualità; Apocalisse tascabile di Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri, atto unico eroicomico sulla fine del mondo e sulla possibilità di trasformare la crisi in occasione di cambiamento; a maggio, Sulla morte senza esagerare del Teatro dei Gordi, che affronta il tema della morte con ironia e attraverso un uso non convenzionale delle maschere contemporanee; e Città sola ispirato al lavoro di Olivia Laing e diretto da Lisa Natoli, una variazione teatrale sulla solitudine urbana.
Sono spettacoli molto diversi tra loro ed è proprio questa distanza a costituire uno dei caratteri della stagione. Il filo che li attraversa non è un tema unico, né una dichiarazione di poetica applicata dall’alto. È piuttosto una domanda sul modo in cui gli esseri umani stanno insieme — o smettono di riuscirci — dentro società attraversate dalla paura, dalla solitudine, dalla violenza, dalla perdita della memoria, dalle migrazioni, dalle guerre, dalla trasformazione dei corpi e delle identità e dalla crisi delle forme tradizionali della comunità. Il teatro non risolve queste questioni. Non è questo il suo compito. Può però renderle visibili. Può restituire loro una forma che non sia quella, spesso semplificata, della cronaca. Può costringere lo spettatore a rimanere davanti a ciò che normalmente viene consumato in pochi secondi di informazione. E può fare una cosa ancora più semplice e, proprio per questo, più radicale: mettere delle persone nella stessa stanza e chiedere loro di guardare insieme qualcosa che da sole forse non avrebbero guardato nello stesso modo.
È qui che la dimensione universitaria del Nuovo Teatro Ateneo acquista un significato che va oltre la semplice collocazione geografica.
L’università non è soltanto il luogo nel quale il teatro viene ospitato. È il luogo nel quale il teatro può tornare a essere, con particolare evidenza, una forma di conoscenza. Conoscenza che passa dai libri e dagli studi, naturalmente, ma anche dall’esperienza diretta degli artisti, dalla visione, dalla discussione, dalla possibilità per studenti e pubblico di incontrare chi la scena la costruisce e la attraversa professionalmente.
Il Nuovo Teatro Ateneo si propone così come uno spazio nel quale la formazione non è separata dalla visione e la ricerca non è separata dalla vita culturale della città. È una vocazione che appartiene alla sua storia e che oggi viene ripensata dentro un teatro contemporaneo profondamente cambiato, nel quale sono saltati molti dei confini che un tempo separavano prosa e performance, teatro e danza, documento e finzione, artista e spettatore, scena e spazio pubblico.
La Terza stagione nasce dentro questa trasformazione e forse proprio per questo guarda al futuro senza avere bisogno di dichiararlo continuamente. Perché un teatro che conosce la propria storia non deve ripeterla. Deve continuare a produrre presente.
Una delle grandi novità della stagione è la gratuità di tutti gli spettacoli, aperti a tutto il pubblico senza biglietto: una scelta che interpreta pienamente la vocazione universitaria del Nuovo Teatro Ateneo e il suo rapporto con la comunità studentesca. Un teatro aperto, accessibile e profondamente inserito nella vita dell’Università, pensato come luogo di incontro tra studenti, artisti e pubblico, nel quale la visione dello spettacolo diventa occasione di formazione, confronto e partecipazione e nel quale il teatro torna a essere, a pieno titolo, una parte della vita culturale dell’Ateneo.
Dichiarazione di Antonella Polimeni, Rettrice della Sapienza Università di Roma
«Sapienza continua a investire nella cultura, nella conoscenza e nella bellezza, con l'impegno di mantenere vivo e accessibile un luogo che ha segnato la storia della ricerca e delle arti sceniche del Novecento. In questi anni abbiamo scelto di andare oltre la semplice riapertura di uno spazio: abbiamo destinato risorse, costruito un progetto culturale e creato le condizioni perché il Nuovo Teatro Ateneo tornasse a essere un luogo aperto, vitale e fecondo, capace di mettere in relazione ricerca, formazione, sperimentazione artistica e partecipazione. La terza stagione consolida questo percorso, con una programmazione di respiro internazionale che esplora linguaggi e forme differenti delle arti sceniche, senza rinunciare alla qualità e alla ricerca. Quest'anno compiamo un ulteriore passo: per la prima volta dall'avvio delle nuove stagioni teatrali, tutti gli spettacoli saranno gratuiti, per la comunità universitaria e per la città. È una scelta precisa, che interpreta il valore pubblico della nostra Terza e Quarta missione. Perché l'accessibilità non è il contrario della qualità: è la condizione perché la qualità possa diventare patrimonio condiviso. Vogliamo che il Nuovo Teatro Ateneo sia sempre più un luogo nel quale il sapere incontra la bellezza e la cultura diventa un'esperienza aperta a tutte e a tutti».
Dichiarazione del Prof. Damiano Garofalo, Coordinatore della Sezione Nuovo Teatro Ateneo - Polo Museale Sapienza Cultura
“Un teatro universitario ha senso solo se resta un luogo in cui germogliano domande. Non soltanto un luogo in cui si mettono in scena degli spettacoli. È da qui che parte la terza stagione del rinnovato Nuovo Teatro Ateneo: dall’idea che un teatro dentro la Sapienza debba tenere insieme ciò che l'università sa fare meglio, cioè studiare, interrogare, trasmettere. E ciò che il teatro sa fare da sempre: riunire persone nella stessa stanza e chiedere loro di guardare insieme.
Il programma si muove lungo più direttrici. La prima è quella della memoria e della trasmissione: ad esempio, l’omaggio a Carlo Cecchi a un anno dalla scomparsa, non vuole essere una celebrazione, ma un passaggio di testimone tra generazioni di attori, artisti e spettatori. A questa si affianca lo sguardo su geografie e voci diverse: dal Cile alla Palestina, dalla Nigeria al Camerun, fino a paesi europei a noi più vicini. Si tratta di mettere insieme corpi, lingue e storie diverse che interrogano comunità, conflitti, identità e perdite comuni. E arriviamo così alla scena italiana contemporanea, dove il teatro diventa uno strumento per leggere drammaturgicamente il presente, senza semplificarlo, rendendo visibile (e discutibile) ciò che la cronaca consuma in pochi secondi. Sono particolarmente felice che il Nuovo Teatro Ateneo continui a essere uno spazio in cui teatro e cinema dialogano. Non due programmazioni parallele, ma due modi di abitare lo stesso luogo e rispondere a una stessa urgenza: guardare il mondo con strumenti diversi, senza rinunciare alla sua complessità. Così, questa nuova stagione è prima di tutto un invito agli studenti e ai giovani che abitano la città: venire a teatro non per trovare risposte già pronte, ma per imparare a stare dentro le domande”.
Dichiarazione di Velia Papa, Direttrice artistica del Nuovo Teatro Ateneo
«La Terza stagione del Nuovo Teatro Ateneo di Sapienza Università di Roma si apre con Estampida Humana, prodotto dalla compagnia cilena Bonobo nel contesto del progetto Trilogia della barbarie e in collaborazione con il Festival internazionale Santiago a Mil di Santiago del Cile, con il sostegno di IILA (Istituto italo-latino americano). Estampida Humana racconta la perdita della solidarietà sociale, la paura dell’altro e la violenza strisciante che attraversa gli spazi e le relazioni sociali. Un processo globale che sembra voler cancellare i principi della solidarietà comunitaria. Il programma prosegue con PASSAGGI, UN OMAGGIO A CARLO CECCHI: un progetto che nasce dal desiderio di mantenere viva la memoria di un grande protagonista del teatro italiano, recentemente scomparso, attraverso un ciclo di proiezioni, spettacoli e incontri con artisti che hanno condiviso con lui percorsi professionali e umani. È un modo per trasmettere, attraverso un passaggio di testimone, ai giovani e agli allievi di teatro, ma anche ai professionisti del settore e a un pubblico più ampio di estimatori e appassionati, alcune delle esperienze e degli insegnamenti che hanno segnato il lavoro di Carlo Cecchi. Con lo spettacolo Sogno di una notte d’estate abbiamo scelto di raccontare il suo teatro attraverso la memoria e la voce di chi lo ha incontrato, di chi ha lavorato con lui, di chi è stato suo allievo, di chi ha condiviso prove e palcoscenici, di chi ha raccolto e fatto proprio un modo di intendere e fare teatro. Da segnalare la presenza di Giorgio Barberio Corsetti con Bardo una tripla performance site specific. Giorgio Barberio Corsetti è un artista riconosciuto a livello internazionale per la sua ricerca sulle diverse forme del teatro, che utilizzerà il Nuovo Teatro Ateneo e altri spazi dell’Università per accompagnare gli spettatori dentro i meandri di un processo di conoscenza e di creazione che attraversa non solo il teatro, ma anche le arti figurative e le nuove tecnologie digitali. La stagione 2026/27 nasce dalla volontà di offrire allo spettatore la possibilità di approfondire i diversi elementi che compongono il tessuto drammaturgico: la parola, il gesto, la voce, il suono, la luce, il movimento, lo spazio. Un percorso attraverso linguaggi e forme differenti della drammaturgia contemporanea, in un viaggio di conoscenza denso e composito. In continuità con la stagione precedente, il programma mantiene uno sguardo fortemente contemporaneo e, al tempo stesso, internazionale. Tra le presenze più significative ci sono l’artista camerunense Zora Snake, con L’Opera du Villageois, e il nigeriano Yusuf Mufutau, con Impasse: due lavori che evocano la forza della natura e invitano il pubblico a immergersi in essa, alla ricerca di forme di espressione originarie capaci di riconnetterci con tutti gli esseri che abitano il pianeta e con un possibile ritmo comune. Le presenze artistiche di Bertrand Lesca e Nasi Voutsas, inseparabili gemelli d’arte, esplorano il vuoto sociale celebrando al tempo stesso la forza dei legami artistici e personali, attraverso un linguaggio minimalista e divertente. Mohammed Al Qudwa, giovanissimo poeta e performer palestinese, si interroga invece su ciò che resta da conservare della propria memoria personale e collettiva quando intorno c’è soltanto distruzione e perdita. Scardina tutte le convenzioni, con l’impossibile intento di regolare il caos, Opera Punk, che accompagna gli spettatori dietro le quinte di una divertente e sgangherata commedia musicale. Effimero, surreale e caotico, il lavoro del collettivo Brut Movement coinvolge il pubblico attraverso invenzioni impreviste. Tra le presenze italiane April, nuova produzione della compagnia Fanny & Alexander, celebra l’artista transgender April Ashley attraverso un originale atto di trasmissione e memoria. La compagnia utilizza la tecnica dei “ritratti mimetici” per permettere al pubblico di immergersi nella poetica e nella pratica di April Ashley e di confrontarsi con la sua storia. La scena nazionale è rappresentata anche da 456 di Mattia Torre, lo spettacolo più longevo del teatro italiano, che continua a essere rappresentato dal 2012 con lo stesso cast di attori, mantenendo intatto nel tempo l’interesse del pubblico. Sulla Morte senza esagerare, della compagnia Teatro dei Gordi, affronta il tema della morte con ironia e attraverso un uso non convenzionale delle maschere contemporanee, raccontando incontri, ultimi istanti, partenze, ritorni, occasioni mancate e addii. Un lavoro che, con leggerezza e profondità, si muove sulla soglia tra l’aldiquà e l’aldilà. Un esperimento particolarmente interessante è Città Sola, tratto da Olivia Laing, con la regia di Lisa Natoli: un lavoro sulla città che diventa protagonista di una forma ibrida, geografica e sonora, costruita insieme ad artisti provenienti da diverse discipline. Il drammaturgo italiano Davide Carnevali, con Confessione di un ex Presidente che ha portato il suo Paese sull’orlo di una crisi, propone una riflessione sul ruolo politico dell’autore teatrale. Perché il teatro può essere, per una società, una coscienza critica e l’autore può essere una mente al servizio di questa coscienza. La sfida è allora raccontare il potere e la retorica di stampo politico, mettendone in discussione i meccanismi e le parole. Il talento comico di Niccolò Fettarappa è irresistibile già a partire dal titolo, Apocalisse tascabile. Lo spettacolo affronta la fine del mondo dalla prospettiva di due giovani “scartati” dalla società contemporanea, liquidati e messi all’angolo perché considerati inutili. Un atto unico eroicomico che cerca e trova la comicità dentro la tragedia. È una stagione che mette insieme linguaggi, generazioni, provenienze e sguardi differenti, nella convinzione che il teatro debba continuare a essere uno spazio di confronto, di ricerca e di conoscenza. Un luogo nel quale le differenze non vengano semplicemente rappresentate, ma possano incontrarsi e produrre nuove domande.»