Il teatro, quando smette di essere solo dispositivo estetico e torna a essere una forma di attenzione collettiva, produce un cortocircuito necessario: obbliga a guardare il presente senza schermi, senza alibi, senza distanza di sicurezza. In questo senso Primavera dei Teatri continua a porsi come un luogo di esposizione e di interrogazione più che come una semplice rassegna. Un campo di forze in cui le pratiche sceniche non illustrano il mondo, ma lo attraversano mentre accade. È dentro questa tensione che si colloca Primavera dei Teatri 2026, Festival dei nuovi linguaggi della scena contemporanea, XXVI edizione, in programma a Castrovillari (CS) dal 26 al 31 maggio 2026, ideato e diretto da Dario De Luca e Saverio La Ruina, articolato in oltre 35 eventi tra teatro, danza, musica, incontri, workshop e mostre.
La
XXVI edizione si colloca dentro una condizione storica che non concede
neutralità. Il teatro, oggi più che mai, torna a essere uno spazio pubblico in
senso pieno: non perché rappresenti la politica, ma perché la attraversa nella
sua sostanza più profonda, nei corpi, nei linguaggi, nelle fratture del
contemporaneo. È in questa tensione che si muove il programma 2026, costruito
come una costellazione di lavori, restituzioni e processi che mettono in
discussione l’idea stessa di forma compiuta.
Questa
edizione è dedicata a Laura Palmieri, Giancarlo Cauteruccio e Goffredo Fofi:tre figure che, in modi
diversi e profondi, hanno intrecciato il proprio percorso umano e intellettuale
con quello di Primavera dei Teatri, condividendone nel tempo visione, tensione
etica e responsabilità culturale; una prossimità fatta non solo di stima, ma di
ascolto, confronto e affetto reciproco, che ha contribuito a definire
l’identità stessa del festival come spazio vivo di relazione, pensiero e
comunità.
A
firmare la direzione artistica sono Dario De Luca e Saverio La Ruina, che
aprono il festival con una riflessione che non è cornice ma sostanza politica e
poetica del progetto:
"Ci
sono stati tempi più bui, ma questo è sicuramente fosco: guerre, tifoserie da
stadio su aspetti fondamentali della nostra vita, capi di stato che sovvertono
le regole del vivere civile e fanno carta straccia del diritto internazionale,
davanti all’inerzia di tutti. Regole che in un passato hanno arginato i più
forti e salvaguardato i più deboli. Insomma, tempi in cui ti chiedi che valore
e che senso abbiano il tuo lavoro, la tua azione, il tuo impegno nella cultura,
in questa cosa immateriale che sembra così distante dalla concretezza del
reale. E ti viene voglia di smettere e di fare cose appunto ‘concrete’. Poi ti
ricordi di come i teatri rimasti aperti durante i grandi conflitti siano stati
luoghi di resistenza culturale, coesione sociale e di salutare evasione. E
realizzi che le arti sono ancora più vitali quando il mondo non sta bene. Come
ci diceva con parole molto semplici uno dei protagonisti del nostro
documentario Italianesi (ndr: sugli italiani rimasti intrappolati in Albania
alla fine della seconda guerra mondiale e rimasti sotto la dittatura di Enver
Hoxha per circa cinquant’anni). In quei decenni era molto popolare la musica
italiana in Albania e i nostri cantanti erano amatissimi, le loro canzoni
facevano sognare perché parlavano di sentimenti in un contesto in cui l’amore
si poteva cantare solo verso una cosa fredda e astratta come il partito. Alla
domanda su cosa aveva significato nelle loro vite la canzone e la cultura
italiana, uno di loro ha risposto: “Visto che era tutto chiuso, è stata una
brezza di aria fresca nella nostra vita. E vista la dittatura che abbiamo
vissuto è stata una finestra straordinaria che ci ha mantenuti vivi
spiritualmente”. Ecco, oggi, in questo mondo che non sta bene, bisogna
continuare a coltivare lo spirito. Ed è con questo ‘spirito’ che andiamo a
presentare la XXVI edizione di Primavera dei Teatri”.
Da
questa traiettoria prende forma un programma che non si limita a presentare
spettacoli, ma insiste sulla dimensione processuale del lavoro artistico:
residenze, restituzioni, anteprime, scritture sceniche che si espongono nel momento
esatto in cui ancora non sono definitive. Una geografia teatrale che attraversa
spazi diversi della città e li trasforma in luoghi di ascolto e di produzione
di senso.
Il
programma 2026
26
MAGGIO
Il
festival si apre come un attraversamento simultaneo di tre nuclei di ricerca.
Al Teatro Sybaris la restituzione della residenza di Principio Attivo Teatro e
Drama Teatro con Nervo Vago porta in superficie una scrittura
scenica che lavora sulla fragilità percettiva del presente, mettendo al centro
il dispositivo attoriale e la sua instabilità. Al Teatro Vittoria la
restituzione della residenza coreografica di Aurelio Di Virgilio con Scented
Panther prosegue questa indagine nei territori del corpo, tra esposizione
e costruzione di immaginario. Al Teatro San Girolamo, in anteprima nazionale,
Luna Cenere con Agape apre un lessico coreografico che interroga
la prossimità, la relazione e la tensione tra gesto e comunità, inscrivendo la
danza dentro una dimensione politica dello stare insieme.
27
MAGGIO
La
giornata si articola come una mappa mobile. Al Castello Aragonese la
restituzione della residenza di Maria Chiara Pederzini con Carmen
si misura con la riscrittura del mito, lavorando sulle sue stratificazioni
simboliche e corporee. Al Teatro Sybaris Rossella Pugliese, autrice e
interprete, presenta PapàVeri sempre in piedi, una partitura
scenica che affonda nella materia opaca del legame filiale, tra colpa,
rimozione e un bisogno ostinato di riscatto, mentre al Teatro Vittoria Maiali
rosa volanti di e con Giulia Carrara attraversa il quotidiano come
dispositivo di deviazione e slittamento. Al Teatro San Girolamo – in anteprima
nazionale - Daniela Vitale con Untitled n°22 insiste su una
pratica coreografica che si sottrae alla nominazione definitiva. Il lavoro di
Teatro delle Ariette, Noi siamo un minestrone, porta il discorso
sul terreno della convivenza: un’esperienza condivisa in cui la scena si
costruisce come gesto alimentare, relazione diretta e comunità temporanea.
28
MAGGIO
La
giornata insiste sulla disseminazione. Teatro delle Ariette torna con due
repliche di Noi siamo un minestrone, spostando il teatro nella
dimensione del tempo lungo e della prossimità fisica tra artiste, artisti e
pubblico. Al Teatro San Girolamo Giuseppe Provinzano e Giuseppe Massacon Sutta
Scupa propongono -in prima nazionale – un nuovo allestimentoa distanza
di vent’anni, attraversando le tensioni della lingua e della memoria, mentre al
Teatro Vittoria Bambole da Collezionedi Erika Fusini — prima
nazionale — vede protagonista una compagine tutta al femminile di artiste
giovanissime: autrice, regista e cinque attrici lavorano insieme su una
grammatica dell’identità esposta e costruita. Filippo Andreatta con Nuvolario/Elena
- in anteprima - apre una riflessione sul dispositivo scenico come architettura
percettiva e ambientale. La giornata si chiude al Giardino Emi’s Bakery con il
concerto di Marco Russo, che riporta il suono dentro la trama del festival come
ulteriore forma di scrittura.
29
MAGGIO
Il
rapporto tra forma e dissoluzione diventa centrale. Al Teatro Vittoria Mario
Perrotta, autore, regista e interprete, presenta — in prima nazionale — Qualcuno,
nessuno, centomila. Pirandello in loop, lavorando sulla reiterazione
come dispositivo critico dell’identità. Al Teatro San Girolamo Scena Verticale
presenta KR70M16 – Naufrago senza nome di e con Saverio La Ruina
e con Dario De Luca, Cecilia Foti, musiche Gianfranco De Franco, costruendo una
stratificazione di segni, memoria e presenza che insiste sulla responsabilità
della testimonianza. Al Teatro Sybaris – in prima nazionale - Roberto Rustioni
con Nada del amor me produce envidia, con protagonista Silvia
D’Amico, continua questa linea di disarticolazione del discorso sentimentale
presentando per la prima volta in Italia il testo di Santiago Loza, regista
cinematografico, scrittore e drammaturgo argentino le cui opere, acclamate nei
principali festival internazionali, intrecciano cinema e teatro in un
linguaggio originale.La giornata si apre e si chiude nel suono con il concerto
Marley Session al Giardino Emi’s Bakery, controcampo ritmico dell’intero
programma.
30
MAGGIO
La
scrittura scenica si fa esplicitamente politica nella sua forma quotidiana. Al
Teatro San Girolamo, Scena Verticale presenta in prima nazionale Le Tre
Cicoriane, spettacolo che completa la trilogia sulla fiaba calabrese di
Dario De Luca, mantenendo una tensione costante tra radicamento territoriale e
costruzione drammaturgica, e affrontando, in filigrana ma con incisività, il
tema della violenza di genere.Al Teatro Vittoria, in prima nazionale, i
Quotidiana.com con Vorrei morire non so come fare (Premio
Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti”) sviluppano una
scrittura scenica di forte rigore formale, capace di rovesciare le attese e di
aprire prospettive inattese su una materia che riguarda in modo radicale
l’esperienza umana, trattata con uno sguardo lucido e spiazzante, attraversando
la soglia tra vita e rappresentazione con una tensione insieme analitica e
disincantata. Al Teatro Sybaris – in prima nazionale - Ivonne Capece con Casa
di bambola rilegge il classico attraverso una lente di frattura
contemporanea, insistendo sul dispositivo attoriale come campo di crisi. Anche
qui il concerto Marley Session al Giardino Emi’s Bakery torna come elemento di
continuità sonora, quasi a segnare una respirazione collettiva del festival.
31
MAGGIO
La
giornata conclusiva si apre con una concentrazione dei processi. Alla Sala
Varcasia la restituzione della residenza di Cecilia Foti con La Questione
dell’imbuto si colloca dentro il farsi stesso della scrittura scenica,
rendendo visibile il suo statuto instabile. Al Teatro San Girolamo Ateliersì
con Armande sono io!— progetto che intreccia drammaturgia, regia
e interpretazione in una dimensione autoriale condivisa, a partire da un testo
di Carla Lonzi sul femminismo, che indaga le relazioni tra il movimento delle
Preziose del XVII secolo e l’opera di Molière — con ideazione e regia di
Fiorenza Menni, lavora sulla costruzione dell’identità come spazio plurale.Al
Teatro Vittoria Dino Lopardo, autore e interprete, con Rigetto,
in anteprima nazionale, porta il discorso su una soglia di resistenza corporea
e linguistica. Al Teatro Sybaris il duo Fettarappa/Guerrieri con Scemi
del Villaggio — in anteprima nazionale — chiude il percorso
attraversando la figura del disallineamento come possibilità critica e politica
dello sguardo.
EVENTI
COLLATERALI
Il
cartellone si espande oltre la programmazione scenica in una costellazione di
incontri — presentazioni di libri, dibattiti — che non funzionano come
corollario, ma come ulteriore livello di produzione di pensiero. Le
presentazioni attraversano genealogie e dispositivi critici del teatro, aprendo
traiettorie di riflessione che ampliano e rilanciano le domande poste dalla
scena.
L’insieme
di questi appuntamenti — così come gli approfondimenti, i contributi teorici e
i materiali che accompagnano il festival — sarà reso disponibile a breve sul
sito ufficiale di Primavera dei Teatri, come estensione organica del progetto e
ulteriore spazio di consultazione, attraversamento e costruzione di senso
condiviso.
Primavera
dei Teatri 2026 si configura così come un dispositivo culturale che non si
limita a ospitare lavori, ma li mette in relazione dentro una tensione continua
tra presente e necessità, tra forma e instabilità, tra scena e mondo.

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