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venerdì 3 aprile 2026

Primavera dei Teatri 2026, programma dal 26 al 31 maggio

 
Oltre 35 eventi tra teatro, danza, residenze artistiche, prime e anteprime nazionali, musica, incontri, workshop e mostre.

Il teatro, quando smette di essere solo dispositivo estetico e torna a essere una forma di attenzione collettiva, produce un cortocircuito necessario: obbliga a guardare il presente senza schermi, senza alibi, senza distanza di sicurezza. In questo senso Primavera dei Teatri continua a porsi come un luogo di esposizione e di interrogazione più che come una semplice rassegna. Un campo di forze in cui le pratiche sceniche non illustrano il mondo, ma lo attraversano mentre accade. È dentro questa tensione che si colloca Primavera dei Teatri 2026, Festival dei nuovi linguaggi della scena contemporanea, XXVI edizione, in programma a Castrovillari (CS) dal 26 al 31 maggio 2026, ideato e diretto da Dario De Luca e Saverio La Ruina, articolato in oltre 35 eventi tra teatro, danza, musica, incontri, workshop e mostre.

 

La XXVI edizione si colloca dentro una condizione storica che non concede neutralità. Il teatro, oggi più che mai, torna a essere uno spazio pubblico in senso pieno: non perché rappresenti la politica, ma perché la attraversa nella sua sostanza più profonda, nei corpi, nei linguaggi, nelle fratture del contemporaneo. È in questa tensione che si muove il programma 2026, costruito come una costellazione di lavori, restituzioni e processi che mettono in discussione l’idea stessa di forma compiuta.

 

Questa edizione è dedicata a Laura Palmieri, Giancarlo Cauteruccio e Goffredo Fofi:tre figure che, in modi diversi e profondi, hanno intrecciato il proprio percorso umano e intellettuale con quello di Primavera dei Teatri, condividendone nel tempo visione, tensione etica e responsabilità culturale; una prossimità fatta non solo di stima, ma di ascolto, confronto e affetto reciproco, che ha contribuito a definire l’identità stessa del festival come spazio vivo di relazione, pensiero e comunità.

 

A firmare la direzione artistica sono Dario De Luca e Saverio La Ruina, che aprono il festival con una riflessione che non è cornice ma sostanza politica e poetica del progetto:

"Ci sono stati tempi più bui, ma questo è sicuramente fosco: guerre, tifoserie da stadio su aspetti fondamentali della nostra vita, capi di stato che sovvertono le regole del vivere civile e fanno carta straccia del diritto internazionale, davanti all’inerzia di tutti. Regole che in un passato hanno arginato i più forti e salvaguardato i più deboli. Insomma, tempi in cui ti chiedi che valore e che senso abbiano il tuo lavoro, la tua azione, il tuo impegno nella cultura, in questa cosa immateriale che sembra così distante dalla concretezza del reale. E ti viene voglia di smettere e di fare cose appunto ‘concrete’. Poi ti ricordi di come i teatri rimasti aperti durante i grandi conflitti siano stati luoghi di resistenza culturale, coesione sociale e di salutare evasione. E realizzi che le arti sono ancora più vitali quando il mondo non sta bene. Come ci diceva con parole molto semplici uno dei protagonisti del nostro documentario Italianesi (ndr: sugli italiani rimasti intrappolati in Albania alla fine della seconda guerra mondiale e rimasti sotto la dittatura di Enver Hoxha per circa cinquant’anni). In quei decenni era molto popolare la musica italiana in Albania e i nostri cantanti erano amatissimi, le loro canzoni facevano sognare perché parlavano di sentimenti in un contesto in cui l’amore si poteva cantare solo verso una cosa fredda e astratta come il partito. Alla domanda su cosa aveva significato nelle loro vite la canzone e la cultura italiana, uno di loro ha risposto: “Visto che era tutto chiuso, è stata una brezza di aria fresca nella nostra vita. E vista la dittatura che abbiamo vissuto è stata una finestra straordinaria che ci ha mantenuti vivi spiritualmente”. Ecco, oggi, in questo mondo che non sta bene, bisogna continuare a coltivare lo spirito. Ed è con questo ‘spirito’ che andiamo a presentare la XXVI edizione di Primavera dei Teatri”.

 

Da questa traiettoria prende forma un programma che non si limita a presentare spettacoli, ma insiste sulla dimensione processuale del lavoro artistico: residenze, restituzioni, anteprime, scritture sceniche che si espongono nel momento esatto in cui ancora non sono definitive. Una geografia teatrale che attraversa spazi diversi della città e li trasforma in luoghi di ascolto e di produzione di senso.

 

 

Il programma 2026

26 MAGGIO

Il festival si apre come un attraversamento simultaneo di tre nuclei di ricerca. Al Teatro Sybaris la restituzione della residenza di Principio Attivo Teatro e Drama Teatro con Nervo Vago porta in superficie una scrittura scenica che lavora sulla fragilità percettiva del presente, mettendo al centro il dispositivo attoriale e la sua instabilità. Al Teatro Vittoria la restituzione della residenza coreografica di Aurelio Di Virgilio con Scented Panther prosegue questa indagine nei territori del corpo, tra esposizione e costruzione di immaginario. Al Teatro San Girolamo, in anteprima nazionale, Luna Cenere con Agape apre un lessico coreografico che interroga la prossimità, la relazione e la tensione tra gesto e comunità, inscrivendo la danza dentro una dimensione politica dello stare insieme.


 

27 MAGGIO

La giornata si articola come una mappa mobile. Al Castello Aragonese la restituzione della residenza di Maria Chiara Pederzini con Carmen si misura con la riscrittura del mito, lavorando sulle sue stratificazioni simboliche e corporee. Al Teatro Sybaris Rossella Pugliese, autrice e interprete, presenta PapàVeri sempre in piedi, una partitura scenica che affonda nella materia opaca del legame filiale, tra colpa, rimozione e un bisogno ostinato di riscatto, mentre al Teatro Vittoria Maiali rosa volanti di e con Giulia Carrara attraversa il quotidiano come dispositivo di deviazione e slittamento. Al Teatro San Girolamo – in anteprima nazionale - Daniela Vitale con Untitled n°22 insiste su una pratica coreografica che si sottrae alla nominazione definitiva. Il lavoro di Teatro delle Ariette, Noi siamo un minestrone, porta il discorso sul terreno della convivenza: un’esperienza condivisa in cui la scena si costruisce come gesto alimentare, relazione diretta e comunità temporanea.


 

28 MAGGIO

La giornata insiste sulla disseminazione. Teatro delle Ariette torna con due repliche di Noi siamo un minestrone, spostando il teatro nella dimensione del tempo lungo e della prossimità fisica tra artiste, artisti e pubblico. Al Teatro San Girolamo Giuseppe Provinzano e Giuseppe Massacon Sutta Scupa propongono -in prima nazionale – un nuovo allestimentoa distanza di vent’anni, attraversando le tensioni della lingua e della memoria, mentre al Teatro Vittoria Bambole da Collezionedi Erika Fusini — prima nazionale — vede protagonista una compagine tutta al femminile di artiste giovanissime: autrice, regista e cinque attrici lavorano insieme su una grammatica dell’identità esposta e costruita. Filippo Andreatta con Nuvolario/Elena - in anteprima - apre una riflessione sul dispositivo scenico come architettura percettiva e ambientale. La giornata si chiude al Giardino Emi’s Bakery con il concerto di Marco Russo, che riporta il suono dentro la trama del festival come ulteriore forma di scrittura.


 

29 MAGGIO

Il rapporto tra forma e dissoluzione diventa centrale. Al Teatro Vittoria Mario Perrotta, autore, regista e interprete, presenta — in prima nazionale — Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop, lavorando sulla reiterazione come dispositivo critico dell’identità. Al Teatro San Girolamo Scena Verticale presenta KR70M16 – Naufrago senza nome di e con Saverio La Ruina e con Dario De Luca, Cecilia Foti, musiche Gianfranco De Franco, costruendo una stratificazione di segni, memoria e presenza che insiste sulla responsabilità della testimonianza. Al Teatro Sybaris – in prima nazionale - Roberto Rustioni con Nada del amor me produce envidia, con protagonista Silvia D’Amico, continua questa linea di disarticolazione del discorso sentimentale presentando per la prima volta in Italia il testo di Santiago Loza, regista cinematografico, scrittore e drammaturgo argentino le cui opere, acclamate nei principali festival internazionali, intrecciano cinema e teatro in un linguaggio originale.La giornata si apre e si chiude nel suono con il concerto Marley Session al Giardino Emi’s Bakery, controcampo ritmico dell’intero programma.


 

30 MAGGIO

La scrittura scenica si fa esplicitamente politica nella sua forma quotidiana. Al Teatro San Girolamo, Scena Verticale presenta in prima nazionale Le Tre Cicoriane, spettacolo che completa la trilogia sulla fiaba calabrese di Dario De Luca, mantenendo una tensione costante tra radicamento territoriale e costruzione drammaturgica, e affrontando, in filigrana ma con incisività, il tema della violenza di genere.Al Teatro Vittoria, in prima nazionale, i Quotidiana.com con Vorrei morire non so come fare (Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti”) sviluppano una scrittura scenica di forte rigore formale, capace di rovesciare le attese e di aprire prospettive inattese su una materia che riguarda in modo radicale l’esperienza umana, trattata con uno sguardo lucido e spiazzante, attraversando la soglia tra vita e rappresentazione con una tensione insieme analitica e disincantata. Al Teatro Sybaris – in prima nazionale - Ivonne Capece con Casa di bambola rilegge il classico attraverso una lente di frattura contemporanea, insistendo sul dispositivo attoriale come campo di crisi. Anche qui il concerto Marley Session al Giardino Emi’s Bakery torna come elemento di continuità sonora, quasi a segnare una respirazione collettiva del festival.


 

31 MAGGIO

La giornata conclusiva si apre con una concentrazione dei processi. Alla Sala Varcasia la restituzione della residenza di Cecilia Foti con La Questione dell’imbuto si colloca dentro il farsi stesso della scrittura scenica, rendendo visibile il suo statuto instabile. Al Teatro San Girolamo Ateliersì con Armande sono io!— progetto che intreccia drammaturgia, regia e interpretazione in una dimensione autoriale condivisa, a partire da un testo di Carla Lonzi sul femminismo, che indaga le relazioni tra il movimento delle Preziose del XVII secolo e l’opera di Molière — con ideazione e regia di Fiorenza Menni, lavora sulla costruzione dell’identità come spazio plurale.Al Teatro Vittoria Dino Lopardo, autore e interprete, con Rigetto, in anteprima nazionale, porta il discorso su una soglia di resistenza corporea e linguistica. Al Teatro Sybaris il duo Fettarappa/Guerrieri con Scemi del Villaggio — in anteprima nazionale — chiude il percorso attraversando la figura del disallineamento come possibilità critica e politica dello sguardo.

 


 

EVENTI COLLATERALI

Il cartellone si espande oltre la programmazione scenica in una costellazione di incontri — presentazioni di libri, dibattiti — che non funzionano come corollario, ma come ulteriore livello di produzione di pensiero. Le presentazioni attraversano genealogie e dispositivi critici del teatro, aprendo traiettorie di riflessione che ampliano e rilanciano le domande poste dalla scena.

L’insieme di questi appuntamenti — così come gli approfondimenti, i contributi teorici e i materiali che accompagnano il festival — sarà reso disponibile a breve sul sito ufficiale di Primavera dei Teatri, come estensione organica del progetto e ulteriore spazio di consultazione, attraversamento e costruzione di senso condiviso.

 

Primavera dei Teatri 2026 si configura così come un dispositivo culturale che non si limita a ospitare lavori, ma li mette in relazione dentro una tensione continua tra presente e necessità, tra forma e instabilità, tra scena e mondo.

 

 

 



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